In questo ennesimo weekend trascorso a casa, ci può allietare il ricordo di una passeggiata in Alta Valle. Igor Gabusi con la sua rubrica "Valcamonica Express" accompagna da anni i lettori di Graffiti alla scoperta (e alla riscoperta) delle nostre montagne.
In un pomeriggio di inverno, senza neve, camminiamo da Villa Dalegno a Vione per il vecchio sentiero che collega a mezza costa della montagna i due paesi, lontano dal traffico della statale. Imbocchiamo il sentiero nei pressi dei ruderi di un antico lazzaretto, memoria della peste del Seicento. Fuori dal paese il sentiero si snoda tra prati assolati. Un muretto a secco che sostiene la montagna ci accompagna, interrotto qua e là da piccoli boschi selvatici.
Il lento camminare e la posizione panoramica del sentiero ci permettono di ammirare la valle, il serpente delle piste da sci bianche fra il nero degli abeti senza neve. Le cime del monte Avio e il corno del Pornina sembrano adagiarsi sui prati bianchi di neve del Monte Calvo. Il loro profilo ricorda quello del massiccio dello Sciliar, in Alto Adige.
Mentre le cime sono bianche, i prati ai margini del sentiero sono gialli, ricordo della calda estate passata e di questo strano inverno. Incontriamo molte piante a foglia caduca; qualche salice nelle zone più umide, qualche ciliegio con la corteccia scura, ma soprattutto il frassino, in esemplari singoli o in piccoli e selvatici boschi che hanno riempito vecchi terreni non più coltivati. Una pianta antica il frassino, dal legno solido usato sin dai tempi più antichi per i manici degli utensili dell’era neolitica.
Qualche chilometro più avanti entriamo a Temù; passiamo vicino a vecchi muri costruiti pietra su pietra, a portoni sconnessi di legno massiccio con robusti catenacci arrugginiti e rustiche architravi. Qui il bosco e la pietra della montagna diventano porta, muro e casa. L’odore di vecchio fieno fermentato è passato che non passa; che non scompare neppure ora che molte volte la stalla è diventata un garage e il fienile un ripostiglio.
Percorriamo un ultimo tratto di sentiero, entriamo nel fitto di un piccolo bosco con alberi giovani dai tronchi sottili e paralleli. Attraverso i rami scorgiamo la val d’Avio, e la cima Plem in lontananza. In poco tempo il bosco si fa più rado, e fra i rami questa volta vediamo un campanile. Siamo a Vione e la pietra, il bosco, il sentiero, ridiventano casa, portone, paese.
Igor Gabusi (da Graffiti n. 257 - marzo 2016)
In un pomeriggio di inverno, senza neve, camminiamo da Villa Dalegno a Vione per il vecchio sentiero che collega a mezza costa della montagna i due paesi, lontano dal traffico della statale. Imbocchiamo il sentiero nei pressi dei ruderi di un antico lazzaretto, memoria della peste del Seicento. Fuori dal paese il sentiero si snoda tra prati assolati. Un muretto a secco che sostiene la montagna ci accompagna, interrotto qua e là da piccoli boschi selvatici.
Il lento camminare e la posizione panoramica del sentiero ci permettono di ammirare la valle, il serpente delle piste da sci bianche fra il nero degli abeti senza neve. Le cime del monte Avio e il corno del Pornina sembrano adagiarsi sui prati bianchi di neve del Monte Calvo. Il loro profilo ricorda quello del massiccio dello Sciliar, in Alto Adige.
Mentre le cime sono bianche, i prati ai margini del sentiero sono gialli, ricordo della calda estate passata e di questo strano inverno. Incontriamo molte piante a foglia caduca; qualche salice nelle zone più umide, qualche ciliegio con la corteccia scura, ma soprattutto il frassino, in esemplari singoli o in piccoli e selvatici boschi che hanno riempito vecchi terreni non più coltivati. Una pianta antica il frassino, dal legno solido usato sin dai tempi più antichi per i manici degli utensili dell’era neolitica.
Qualche chilometro più avanti entriamo a Temù; passiamo vicino a vecchi muri costruiti pietra su pietra, a portoni sconnessi di legno massiccio con robusti catenacci arrugginiti e rustiche architravi. Qui il bosco e la pietra della montagna diventano porta, muro e casa. L’odore di vecchio fieno fermentato è passato che non passa; che non scompare neppure ora che molte volte la stalla è diventata un garage e il fienile un ripostiglio.
Percorriamo un ultimo tratto di sentiero, entriamo nel fitto di un piccolo bosco con alberi giovani dai tronchi sottili e paralleli. Attraverso i rami scorgiamo la val d’Avio, e la cima Plem in lontananza. In poco tempo il bosco si fa più rado, e fra i rami questa volta vediamo un campanile. Siamo a Vione e la pietra, il bosco, il sentiero, ridiventano casa, portone, paese.
Igor Gabusi (da Graffiti n. 257 - marzo 2016)
