"Sviluppo sostenibile": ma in concreto cosa significa?

Pubblichiamo la versione integrale dell'intervista a Veronica Vismara, uscita in formato ridotto sull'ultimo numero cartaceo di Graffiti. 

Veronica Vismara è una giovane neo-residente di Saviore dell’Adamello e fa parte della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia. La incontriamo per parlare con lei di Parco, sviluppo sostenibile e prospettive per i territori di montagna.
Ciao Veronica. Secondo te, cosa vuol dire concretamente uno sviluppo che sia davvero "sostenibile" in un territorio di montagna?

Sviluppo sostenibile è un termine drasticamente semplice, nella sua complessità di attuazione. In parole povere, significa migliorare le nostre condizioni di vita, senza ridurre o depauperare le risorse che serviranno anche a chi verrà dopo di noi. Lo sviluppo sostenibile prevede, di fatto, tre pilastri che si devono equilibrare:
Ambiente, con l’utilizzo delle risorse del territorio (acqua, aria, suolo, biodiversità) senza che vengano degradate;
Società, tutelando salute, diritti, lavoro dignitoso e comunità inclusive;
Economia: creando valore e benessere duraturi, non solo profitti di breve periodo.
Non si parla dunque necessariamente di crescita zero, ma di uno sviluppo che non ecceda le risorse disponibili oggi e non le azzeri per domani. Allo stesso modo, non è un termine esclusivamente ecologico: migliorare l’ambiente deve andare di pari passo con la giustizia sociale, l’accesso ai servizi e la tutela della salute.

Nel contesto montano, lo sviluppo sostenibile diventa a tutti gli effetti un metodo di gestione territoriale che tiene insieme conservazione, qualità della vita delle comunità locali e opportunità economiche. In questi termini, il reddito, l’identità culturale e la sicurezza territoriale vengono ottenuti senza consumare il capitale naturale.

In un territorio di montagna, parlare di sviluppo sostenibile significa impostare ogni attività umana (energia, agricoltura, turismo, infrastrutture) in modo che la pressione esercitata su suolo, acqua, aria e biodiversità resti entro i limiti di rigenerazione degli ecosistemi alpini. In pratica? Produrre elettricità con impianti idroelettrici che tuttavia rispettino i limiti di tutela ambientale e i deflussi minimi (Deflusso Ecologico) dei torrenti e dei fiumi. Promuovere le Comunità Energetiche, per una gestione sostenibile e integrata dell’energia a livello locale. Gestire pascoli e boschi con rotazioni e tagli selettivi che mantengano la copertura vegetale indispensabile contro frane, valanghe e perdita di carbonio. Favorire una mobilità basata su sentieri, navette (meglio se elettriche) e linee ferroviarie (meglio se elettriche) di valle, riducendo traffico privato e frammentazione faunistica. Valorizzare filiere corte di prodotti locali che distribuiscano reddito in loco, evitando l’abbandono dei villaggi. Progettare edifici con materiali locali ad elevata efficienza energetica e basso consumo di suolo. Misurare in maniera trasparente indicatori come consumo idrico, emissioni, ricchezza di specie e occupazione stabile. Garantire uno sviluppo della connettività e dei bandi legati alla crescita occupazionale (anche grazie allo smart working), sfruttando progetti nazionali come PNRR e BUL.

Solo quando tutti questi fattori procedono uniti si può parlare, in termini concreti, di vero sviluppo sostenibile della montagna.

In che modo il parco può essere un volano per lo sviluppo sostenibile?
Nella tua esperienza con il CAI e la Commissione TAM, quali strumenti, pratiche o strategie ha un parco o un'area protetta per attivare questo tipo di sviluppo?

I parchi non sono solo “zone protette”, ma in Italia, quando ben gestiti, hanno potere di pianificazione, regolazione e coordinamento di fondi e competenze. Questa combinazione permette di attivare filiere economiche che rispettano la capacità di rigenerazione degli ecosistemi montani e, al tempo stesso, generano reddito locale, occupazione qualificata e sicurezza idrogeologica.

Tra gli strumenti più interessanti, si trova sicuramente la Carta Europea del Turismo Sostenibile (CETS), che in Italia conta 45 aree protette certificate, un primato europeo. Tramite questo strumento, il Parco crea un Piano di Azione quinquennale con target su mobilità, energia, rifiuti e filiere corte.

Vi sono poi strumenti di co-gestione territoriale come il Contratto di Fiume, all’interno del quale l’Ente Parco coordina un accordo volontario tra enti locali, associazioni e privati. Si definiscono così obiettivi sulla qualità delle acque, la mitigazione del rischio idrogeologico, la fruizione turistica e la valorizzazione ecologica, con un piano d’azione finanziabile da fondi UE, regionali e privati.

In effetti, la finanza per la conservazione, le imprese e il lavoro verde, soprattutto tramite bandi UE, permette linee di finanziamento che agevolano e accrescono il lavoro dei parchi e dei comuni che ne sono all’interno. Allo stesso tempo, le CER (Comunità Energetiche Rinnovabili) possono essere promosse dall’Ente Parco, con un sistema di energia condivisa che riduce le bollette e i cui eventuali ricavi rimangono sul territorio.

Ma ancora, un parco può certificare boschi e pascoli secondo standard internazionali, come il PEFC (già ottenuto dal Consorzio Forestale Bassa Valle Camonica) e attivare mercati volontari del carbonio e dell’acqua, riconoscendo reddito a chi mantiene copertura forestale e corridoi ecologici. 

Possiamo inoltre citare i Bio-Distretti, dove il parco favorisce la conversione al biologico e la messa in rete di produttori, ristoratori e Grande Distribuzione Organizzata (GDO), attivando mense scolastiche bio, agriturismi e formazione tecnica.

Vi sono poi progetti di sviluppo di infrastrutture leggere e turismo lento come il Sentiero Italia CAI, che con i suoi 7.949km senza cemento attraversa tutte le regioni e funge da dorsale ecoturistica per rifugi, agriturismi e guide locali. Proprio su questa “dorsale dolce” è nato il Sentiero dei Parchi, un accordo tra Club Alpino Italiano e Ministero dell’Ambiente che collega tutti e 26 i parchi nazionali, con 35 milioni di € destinati alla manutenzione e a varianti dedicate ai visitatori a basso impatto.

Infine, vi sono eventi che coinvolgono la società civile, come “In Cammino nei Parchi”, promosso dal Club Alpino Italiano e da Federparchi, che nel 2024 ha mobilitato 70 escursioni, valorizzando sentieri e produzioni locali con migliaia di partecipanti.

Mi piacerebbe che ci raccontassi delle buone pratiche, esperienze virtuose o progetti che già oggi mostrano come il parco possa generare ricadute positive per il territorio.

Gli esempi positivi e le buone pratiche nei parchi, così come le loro ricadute sul territorio, sono infiniti. Ma ne riporto tre che raccontano altrettante sfaccettature di sviluppo, su tutto il territorio italiano.

Il Bio-Distretto Cilento, nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, rappresenta una rete territoriale che mette in sinergia agricoltori, Comuni, ristoranti e scuole, puntando sull’agricoltura biologica e le filiere corte. È anche risultato vincitore nel 2022 della prima edizione degli EU Organic Awards come miglior Bio-Distretto europeo. I risultati concreti? Ha ottenuto un incremento del valore aggiunto agricolo locale del 18% tra il 2015 e il 2024, una riduzione media del 28% sull’utilizzo di fitofarmaci e un aumento dell’occupazione diretta stimata in +220 posti (fattorie sociali, agriturismi, trasformazione).

La Comunità Energetica Rinnovabile “Monte Pizzocco”, nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, promossa dall’Ente Parco e dal Comune di San Gregorio, condivide energia solare tra cittadini, pubblica amministrazione e piccole-medie imprese. I risultati? Il GSE prevede un taglio di ca. 260t di CO2 all’anno, mentre già dal primo anno i partecipanti hanno visto un risparmio sulla bolletta elettrica del 18%, con un ritorno economico utilizzo per progetti di mobilità dolce nel Parco.

La cooperativa di comunità “Viso A Viso” a Ostana, nel Parco Naturale del Monviso, gestisce il centro civico “LouPourtoun”, un co-working, una foresteria e una Merenderia Alpina. Organizza inoltre scuole estive, e-bike, momenti di welfare culturale ed è caratterizzata da una governance cooperativa. I risultati? Ha 14 dipendenti stabili e nel 2023 ha fatturato 165.000€. Ostana è passata da 5 abitanti negli anni ’70 a oltre 80 residenti nel 2025 e la presenza di servizi e lavoro culturale è citata come leva chiave di ripopolamento. Premiata Bandiera Verde da Legambiente nel 2025, la formula cooperativa di comunità è oggi studiata da altri parchi regionali.

Non posso infine non citare le numerose esperienze di finanziamento di start-up di ritorno, sviluppate in Valtellina, nell'Appennino Tosco-Emiliano, in Garfagnana, in Lunigiana, nel Parco dei Cento Laghi e in tante altre aree protette, fondamentali nella trasformazione di seconde case in residenze e nell’apertura di servizi per la comunità.

In definitiva, vale la pena chiedersi: un’area protetta rappresenta davvero un ostacolo allo sviluppo, oppure la difficoltà nasce dalla mancanza di una progettualità e di una visione capace di andare oltre la semplice logica della speculazione edilizia?

Sempre più spesso gli impianti vengono presentati come l’unica salvezza possibile per i territori di montagna. Tu cosa ne pensi? Qual è, se esiste, un ruolo sostenibile per gli impianti in un progetto di sviluppo della montagna?

L’antistoricismo dell’apertura (o ri-apertura) di impianti da sci è rappresentata in primo luogo da ciò che rimane di una stagione sciistica ormai lontana nel tempo, che racconta in primo luogo la nostalgia per una montagna che non avremo più.

A livello globale, secondo i dati Copernicus (gennaio 2025), nel 2024 abbiamo ormai superato gli 1.5°C definiti come limite dall’accordo di Parigi per minimizzare gli effetti dei cambiamenti climatici.

A livello nazionale, secondo CIMA Foundation, ha confermato, proprio a gennaio 2025, un deficit del 63% (-63% Snow Water Equivalent) della copertura nevosa nazionale. L’accumulo di neve è quindi ben al di sotto della media stagionale, compromettendo la risorsa idrica su tutti i territori, non solo quelli montani. 

È la stessa Banca d’Italia (non esattamente un’associazione ambientalista) a ricordare nel 2022 che l’innalzamento dei costi per l’innevamento artificiale e le sempre più precarie condizioni climatiche richiedono una diversificazione e una transizione del turismo invernale.

Prendiamo l’innevamento artificiale, che sembra essere soluzione a tutti i mali. Considerando i consumi idrici, secondo le stime del WWF e di Legambiente, ogni anno sulle piste italiane vengono attualmente impiegati a questo scopo circa 95 milioni di metri cubi d’acqua, pari al fabbisogno di una città di circa 1 milione di abitanti. In Italia, secondo il report Nevediversa 2025 di Legambiente, sono 265 le strutture legate agli sci non più funzionanti, un dato raddoppiato rispetto al 2020 quando ne erano stati censiti 132.

Molti sostengono che gli impianti da sci sostengano le popolazioni locali. Io ho vissuto sul lago di Como, all’ombra di un altro impianto da sci dismesso e mi chiedo: quali comunità locali? Sempre secondo un rapporto di Legambiente del 2022, solo l’8% delle case a Madesimo è abitato da residenti. A Ponte di Legno, il 13%. Costruire impianti sembra dunque più una panacea per chi vuole guadagnare dall’estrattivismo di un territorio fragile, non certo una soluzione all’annoso problema dello spopolamento e dell’incertezza economica delle aree montane.

Rimane poi un punto fondamentale: il capitale naturale che oggi viene distrutto, è una risorsa che viene proibita a noi e alle future generazioni, mettendo a repentaglio il delicato equilibrio ecosistemico dei territori che abitiamo. Anche se amiamo sentirci separati dagli ecosistemi, spesso al di sopra di essi, la nostra stessa sopravvivenza dipende da loro. 
Un’ampia messe di studi scientifici attesta, con poche possibilità di dubbio, gli effetti negativi dei comprensori sciistici su habitat e specie, dovuti a un vasto numero di cause: frequentazione antropica, rumori diurni e notturni, compattamento della neve, collisioni della fauna avicola con i cavi degli impianti, alterazioni delle caratteristiche del suolo, fenomeni erosivi, prolungamento dei periodi di innevamento sulle piste, sottrazione di acqua per l’innevamento artificiale, movimenti di terra, scarificazioni del suolo, inquinamento luminoso, etc.

Un impianto da sci non è un patrimonio, se non economico a breve termine di chi ne guadagna direttamente. L’ambiente naturale che invece possiamo vivere, ogni giorno, d’estate e d’inverno, quello sì che lo è davvero. 

Siamo proprio certe di sapere cosa stiamo mettendo a rischio, per una pista da sci?

Se un ruolo sostenibile per gli impianti di risalita esiste, deve necessariamente passare da un cambiamento radicale di finalità, scala e tecnologie rispetto al modello sciistico del passato. Dalla mobilità collettiva alternativa all’auto, alla destagionalizzazione, passando per l’efficientamento energetico e lo smantellamento degli impianti non più efficaci, la strada è sicuramente lunga e complessa. Dove queste condizioni di cambiamento mancano (e i 265 impianti fantasma lo dimostrano), il peso economico e ambientale degli impianti supera i benefici, divenendo a tutti gli effetti un costo climatico e sociale.

L’assessore Bernardi ha definito “provocatoria” la proposta di alzare il parco oltre i 1600 metri, con l’obiettivo (così ha detto) di ottenere più fondi. Mettiamo il caso che questi fondi arrivassero davvero: se tu fossi una sua consigliera, cosa gli suggeriresti di fare con quelle risorse? Dove andrebbero investite?

Iniziata come proposta di innalzamento del Parco Regionale dell’Adamello sopra i 1600mt, l’Assemblea della Comunità Montana di Valle Camonica ha ora votato “escludere dall’area protetta i centri abitati esistenti” (Linee di Indirizzo per il Parco dell’Adamello). Contemporaneamente, Regione Lombardia ha approvato un Ordine del Giorno (ODG 1483) che prevede la “ridefinizione dei confini di un parco, tenendo conto delle esigenze dei centri urbanizzati e delle zone con elevata incidenza antropica” Non mi soffermerò qui sulle gravi conseguenze che questa decisione ha, il Comitato ne ha ampiamente parlato nel corso dei suoi incontri, nelle Assemblee pubbliche (alle quali gli amministratori hanno volontariamente deciso di non prendere parte) e nei suoi Comunicati Stampa.

Insieme a queste richieste, nei documenti approvati c’è tuttavia una richiesta di ulteriori fondi per la gestione del Parco Regionale, richiesta che è assolutamente legittima per poter garantire il corretto funzionamento e il potenziamento progettuale del Parco stesso.

Se io fossi una consigliera? Ecco un piano d’azione che mi piacerebbe poter portare in Assemblea.

Piano partecipato di gestione del Parco

In linea con la richiesta attuale posta a Regione Lombardia di instaurare un Tavolo Permanente di Confronto, ma senza dimenticarci della società civile. Il Piano Partecipato permetterebbe l’avvio di tavoli di co-progettazione tra Regione Lombardia, Ente Parco, Pubbliche Amministrazioni, cittadini, organizzazioni e scuole per una gestione integrata del Piano Territoriale di Coordinamento. L’inserimento del mondo scuole permetterebbe inoltre la crescita democratica di giovani ragazzi e ragazze, che si avvicinerebbero così al mondo della gestione pubblica, sviluppando competenze specifiche e aumentando l’attaccamento nei confronti del territorio. Questo garantirebbe inoltre maggiori certezza normativa e trasparenza nei confronti della società civile.

Manutenzione straordinaria e upgrade digitale della sentieristica

La manutenzione straordinaria della sentieristica, soprattutto dell’Alta Via 1 & 2, vedrebbe anche l’aggiornamento della segnaletica in versione digitale (con l’integrazione di QR code/NFC per informazioni, multilingua e accessibili) e l’aumento dei servizi di navetta all’interno del Parco. Questo aumenterebbe la sicurezza per gli escursionisti, ma garantirebbe anche la stagionalità estesa per rifugi e strutture ricettive, con un incremento di presenze annue che può arrivare anche al 12%. Allo stesso tempo, si potrebbero immaginare sistemi come quello implementato nel Parc naturel régional du Vercors (Francia), dove alcune webcam identificano la capienza e il peso antropico in determinate aree del Parco e suggeriscono percorsi escursionistici alternativi, per ridurre la pressione e distribuire i flussi.

Citizen science e Servizio Civile Universale

Ricalcando le buone pratiche del progetto LIFE WOLFALPS EU, il progetto prevederebbe la creazione di processi di partecipazione scientifica, anche nelle scuole, tramite il censimento e la raccolta dati su flora, fauna e salute idrica del territorio. In aggiunta, si prevederebbe l’apertura di posti in Servizio Civile Universale, che non solo seguano gli sviluppi di citizen science, ma che permettano anche la formazione e l’inserimento lavorativo sul territorio di giovani, soprattutto all’interno dell’Ente Parco.

Programma International Dark Sky Places

Il programma International Dark Sky Places (IDSP) certifica comunità, parchi e aree protette in tutto il mondo che preservano e proteggono il cielo buio attraverso politiche di illuminazione responsabili e di educazione pubblica. Un progetto di questo tipo potenzierebbe gli osservatori astronomici diffusi e renderebbe la Valcamonica e la Valsaviore punti di riferimento per la ricerca scientifica stabile. Si creerebbe inoltre un circolo virtuoso tra destagionalizzazione dei flussi, nuovi posti di lavoro (guide, tecnici, etc.), e tutela contro l’inquinamento luminoso, in linea con le normative di Regione Lombardia.

Incubatore di start-up verdi

Sulla linea di progetti già sviluppati, testati e approvati in altre aree protette, il progetto prevederebbe un incubatore di start‑up verdi, magari da affiancare a un programma di “cittadinanza affettiva”; si potrebbe così promuovere l’adozione a distanza di stabili e micro‑imprese, incentivando la visita sul territorio mentre si sostengono idee imprenditoriali innovative ed emergenti che aumentino i posti di lavoro in loco. Così facendo, si punterebbe al recupero di edifici storici (stalle, fienili, cascine, etc.) da trasformare in co-working e foresteria per innovatori.

Sono solo cinque proposte, ma la lista è ancora lunga: dai sistemi agroalimentari integrati, alla rinaturazione di km di aree fluviali, dal recupero di muretti a secco e campi terrazzati, al potenziamento delle scuole e dei sistemi bibliotecari. 

Se vi sorprende che alcune proposte vadano oltre la pura tutela ambientale, ricordate il punto di partenza: senza un’economia vitale e una comunità attiva, lo sviluppo non è sostenibile. Solo una strategia lungimirante e trasversale può sanare le criticità del territorio. Al contrario, se continuiamo a trattare il paesaggio come terreno libero per seconde case, ci condanniamo a impoverimento economico, dissesto idrogeologico, perdita di biodiversità, siccità, spopolamento e abbandono.

Intervista a cura di Ivan Faiferri