Profughi afghani a Edolo. E le donne e i bambini che restano?

La storia ti passa accanto, sempre. Che siamo consapevoli, oppure no. Talvolta in modo vistoso, come in questi giorni, quando a 200 metri dal luogo in cui abiti, a Edolo, si fermano tre pullman dell’Esercito Italiano che scaricano 104 profughi afghani. Le strade di avvicinamento alla caserma, dove verranno ospitati, sono bloccate. Nessuno si può avvicinare. Io mi emoziono e cerco di far capire a Gianni, mio nipote, che cosa stia succedendo. Una cosa insolita, importante: quelle persone sono scappate da una guerra, vengono da molto lontano, hanno fatto un viaggio di molte ore in aereo e poi in pullman da Roma, sono spaventate e stanche. 
Il giorno dopo sapremo che sono gruppi familiari, che ci sono donne, uomini, bambine e bambini, in tutto 35 minori, pure un bimbo di 3 mesi. Due giorni dopo con Gianni andiamo alla cancellata della caserma e cerchiamo segni di quella presenza. Le finestre delle camere sono aperte per areare, sono appese al cordino calze e maglie ad asciugare, nel cortile una signora spazza, dei militari si affacciano, ci osservano e ci sorridono. Vorremmo vedere i bambini, le loro mamme, e fare loro un cenno di saluto. Ma i profughi afgani sono inavvicinabili, non ci sarà nessun rapporto tra loro e la popolazione, dice il sindaco. Neppure dopo la quarantena. Perché?
Torniamo a casa delusi, ma continuiamo a parlare di un Paese lontano che si chiama Afghanistan, con montagne alte e brulle, dove si passa da una guerra all’altra, i bambini fanno i soldati, le donne e le bambine sono costrette a stare a casa, non si va a scuola… Ha 6 anni Gianni. Non posso dirgli che gli Americani e i loro alleati, compresa l’Italia, stanno lasciando il Paese in modo rovinoso, dopo averlo occupato per “ragioni umanitarie”, che i Talebani feroci e retrogradi sono entrati a Kabul il 15 agosto, che hanno instaurato un governo oscurantista che imprigiona le donne nel burqa e punisce particolarmente quelle che si sono guadagnate una professione che le colloca a viso aperto e a pieno diritto nella società: le insegnanti, le avvocate, le giornaliste… Notizia dell’ultima ora: i Talebani ricercano le magistrate casa per casa. Che ne sarà di loro?
Un’angoscia profonda lasciano nel cuore le immagini e i racconti che arrivano da quel Paese. Siamo di fronte ad un esodo di massa, anche se non tutti hanno raggiunto Kabul e il Paese è molto altro. Sono sgomenta quando leggo nell’articolo di Chiara Saraceno su” La Repubblica”, con fonti alla mano, che poco o nulla è cambiato in quel Paese nei rapporti tra uomini e donne, tra le generazioni, tra le città e le zone rurali, nei venti anni di occupazione delle truppe Nato. Nella maggior parte del Paese è continuata ad essere in vigore la legge islamica, le adultere venivano arrestate, fustigate e lapidate, i matrimoni forzati delle bambine continuavano ad essere la norma. Quasi 4 milioni di bambini e bambine non andavano a scuola e le violenze contro i minori erano diffuse, così come i reclutamenti forzati per farne dei soldati. Dall’inizio dell’anno 550 bambini sono stati uccisi e 1400 feriti. Si prevede che senza un’azione urgente un milione di bambini sotto i 5 anni saranno malnutriti entro la fine del 2021 e 3 milioni soffriranno di malnutrizione. Molti di loro vivono nei campi dove si raccolgono gli sfollati, che spesso mancano di beni essenziali, compresa l’acqua. E comprendiamo quanto sia certamente improbabile che questi bambini e bambine con le loro mamme possano raggiungere un aeroporto dove lottare per un passaggio in aereo.
Così, mentre gioisco per l’arrivo in Italia di Fatima, l’unica guida turistica donna, o per il salvataggio in Germania di Zarifa, la giovane sindaca a soli 26 anni, mi domando: che ne sarà della moltitudine di donne, bambine e bambini che restano, sospinti nell’invisibilità? Del loro presente e futuro? Una domanda per il Mondo intero.

Margherita Moles