Una giornata per accendere l’attenzione sui disturbi alimentari (dca). Una giornata per illuminare i palazzi delle istituzioni di lilla, per fare convegni e incontri, snocciolare i numeri e bombardare i social di post per fare divulgazione su un tema che, spesso, è ancora un tabù.
Era il 2012 quando è stata introdotta la Giornata del fiocchetto lilla, che ogni 15 marzo ci ricorda che in Italia oltre tre milioni di persone soffrono di anoressia, bulimia, binge eating, arfid, il disturbo evitante che colpisce soprattutto i bambini. Una giornata in cui tutti ci tengono a dire che sì, di disturbi alimentari si muore, ma si può anche guarire. Una giornata in cui si vuole sensibilizzare e incoraggiare chi si trova impantanato in un dca a chiedere aiuto.
Tutto giusto, certo. Il problema non è il 15 marzo, ben vengano le iniziative, gli incontri pubblici, gli specialisti nelle scuole e nelle piazze. Il problema sono gli altri 364 giorni dell’anno, in cui spesso si fa ben poco per questi disturbi, sia sul piano della prevenzione che del percorso di cura.
La fortuna di nascere nel territorio giusto
Dopo il mancato rinnovo nella legge di Bilancio 2024 del Fondo da 25 milioni per i disturbi alimentari istituito con la manovra per il 2022, il Governo ha deciso di recuperare pochi spiccioli: solo 10 milioni, in attesa, ha dichiarato l’Esecutivo, della piena operatività e aggiornamento dei Lea, che a parere delle istituzioni renderà esigibile e strutturale la cura per tutti. Intanto, però, la distribuzione territoriale dei 132 centri presenti in tutt’Italia, di cui 105 pubblici e 27 privati, non è omogenea, con 63 strutture al Nord contro le 45 del Sud e delle isole e le 24 del Centro. Le cure, così, diventano una questione di fortuna e, va detto, la Valle - così come tutte le comunità montane - rientra tra i territori svantaggiati.
La sanità che arranca
Chiedete aiuto, si dice. Chiedete aiuto, che prima si inizia un trattamento e più facile è uscirne. Perché se il disturbo si cronicizza allora mettetevi comodi e armatevi di pazienza. Però, di fatto, quello che succede è che davanti alle richieste di aiuto il sistema va in tilt e non è in grado di fornire le risposte di salute necessarie. Liste d’attesa, psichiatri e psicologi che mancano e quei pochi che restano sono oberati e sulle soglie del burnout, dietisti e nutrizionisti non sempre presenti. Ecco, allora, che si crea un vuoto. Uno spaventoso vuoto che si apre davanti alla persona che è riuscita a fare quel passo in avanti per chiedere una mano, ma poi, di fatto, nessuno ha preso la sua. Viene spontanea una domanda: perché chiedere aiuto, se il sistema non è pronto fornirlo? Allora, anche il 15 marzo diventa una giornata per sciacquarsi bocche e coscienze, in cui la politica e le aziende sanitarie si dicono a fianco di pazienti e famiglie, fanno un po’ di promozione dei propri servizi visto che la visibilità non guasta mai. Ma poi, nel concreto, sono gli stessi servizi che arrancano. E quelli per la salute mentale spesso e volentieri si sgretolano, un pezzo alla volta. Allora cos’è, questo 15 marzo? Un tentativo di lilacwashing, potrebbe essere una nuova espressione dopo il pinkwashing sulla parità di genere e il greenwashing sull’ecosostenibilità. In fondo, di questo stiamo parlando. Di promesse e impegni che poi non si traducono in fondi e cure.
Maria Ducoli
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