Essere uomo? Significa liberarsi dalla gabbia silenziosa che ci rinchiude

C’è bisogno di parlare di che cos’è la mascolinità e di come mai la nostra cultura è pervasa di comportamenti maschili violenti? «Io direi che ne hanno bisogno prima di tutto i maschi», mi dice il mio interlocutore al telefono.
Lui è Beppe Pasini, psicologo e psicoterapeuta, che insegna pedagogia sperimentale all’Università degli studi di Brescia e fa formazione in vari ambiti oltre a lavorare anche in ambito clinico. 
«Mi occupo da alcuni anni di violenza di genere, sulle donne, linguaggi sessisti», dice in breve di sé.
Con lui ho avuto una breve chiacchierata a partire da un laboratorio che si è appena concluso: «Tiriamo fuori le parole», un ciclo di quattro incontri, tra novembre e dicembre 2025, dedicato agli uomini per parlare di mascolinità e di violenza degli uomini sulle donne, organizzato dalla Conferenza delle donne democratiche della Provincia di Brescia con il supporto del PD della provincia e della città di Brescia.


Ivan: Ciao Beppe, perché oggi c'è il bisogno di una riflessione sulla mascolinità e sulla cultura del rispetto?
Beppe Pasini: Come ti dicevo, metterei un soggetto: noi maschi abbiamo bisogno di ragionare sulla nostra identità e il nostro ruolo, su cosa significa essere e divenire maschi. In particolare in relazione al tema della violenza sulle donne e delle prevaricazioni, ma anche più in generale per migliorare le relazioni quotidiane, che passano da linguaggio, presupposti, convinzioni.
L'esperienza che abbiamo provato a proporre - partita non a caso dalle donne del PD - nasceva un po' da questa scommessa: non facciamo delle lezioni, ma provare più umilmente a ragionare insieme su queste questioni, a partire dal tema della violenza di genere. 

Ivan: Come si è svolto il laboratorio?
Beppe Pasini: È iniziato intorno al 25 novembre (la giornata mondiale contro la violenza degli uomini sulle donne) ed è consistito in alcuni incontri di tipo laboratoriale. La prospettiva era di mettere in comune idee, punti di vista, sensibilità, evitando caccia a streghe o stregoni, ma con l’intenzione di costruire un pensiero attorno a questa realtà drammatica. Chiedendoci quindi in che senso ci riguarda - mi riguarda come uomo, figlio, padre, docente... Cosa abbiamo da dire di interessante e di bello. Certo addentrarsi in questo tipo di questioni comporta una serie di criticità.

Ivan: Quali? 
Beppe Pasini: Te ne elenco alcune. Partirei da quello che chiamo «effetto Miranda»: ovvero la frase un po’ da telefilm per cui tutto quello che dici potrà essere usato contro di te.
Quello che scoraggia la partecipazione dei maschi è la sensazione di una sentenza già pronunciata: in quanto maschio sei già condannato e giochi spesso in difesa per giustificare la tua identità maschile.
C’è poi la ‘logica del raptus’: spesso si sente questa parola nelle cronache. È una ‘logica illogica’ che introduce il tema della scelta irrazionale. come se nell'aria o nella terra ci fosse questa sostanza, il raptus, per cui uno ce l'ha non ce l'ha e questo dipende da ‘fattori esterni’.
Ma noi sappiamo che in realtà un femminicidio non nasce dal nulla, c'è sempre una dinamica, un rapporto e modalità di comunicazione che è costruibile, ricostruibile e comprensibile (non giustificabile) ma non irrazionale o immotivata.
Infine, le gabbie di genere… un concetto riassumibile nell'affermazione che spesso sentiamo: «sii uomo», «non fare la femminuccia»! Affermazioni che scoraggiano o tendono a scoraggiare qualsiasi espressione di debolezza, fragilità, titubanza in nome di una gabbia di genere che prevede che per essere maschio devi fare questa cosa qui e se no sei meno maschio, meno accettabile.
Il lavoro che abbiamo fatto è stato quello di provare a sfidare queste criticità.

Ivan: Qual è stato il vostro metodo di lavoro?
Beppe Pasini: Siamo partiti da alcune domande e abbiamo riflettuto su ciò che sta accadendo attorno a noi. Abbiamo evitato la modalità frontale, ‘della lezioncina’, per così dire e abbiamo adottato una pratica sviluppata dal pensiero femminista: quella di partire da sé, dalla propria esperienza e trasformarla in un sapere, che è la più grande deterrenza all'analfabetismo della violenza sulle donne.
Abbiamo lavorato inizialmente sugli stereotipi di genere: affermazioni che prevedono copioni o diktat culturali che costellano anche le relazioni quotidiane. Ci siamo detti: ma io condivido questa affermazione, come la vedo, che effetto mi fa?
Ci siamo resi conto di venire da una cultura educativa che non è emancipata ma stereotipata. È stato liberatorio riconoscerlo, senza negarlo o demistificarlo.
Ci siamo chiesti in che modo gli stereotipi di genere contribuiscano a creare il terreno per la violenza: fanno da sfondo culturale, da base silenziosa.
Abbiamo provato a costruire un pensiero evidenziando la correlazione tra cultura sessista e violenza di genere.
Un altro incontro che abbiamo fatto abbiamo lavorato su un film, che è uscito un po' di anni fa, ‘Ti do i miei occhi’, che racconta una storia di violenza nella coppia. Ci è servito per riflettere, ragionare su cosa sta succedendo, come sta la vittima, cosa dicono famigliari e amici, come si spiegano i comportamenti violenti di lui, che impatto ha su moglie e figlio.
Una delle cose che ci dicevamo è che la violenza di genere non è una faccenda privata. I panni sporchi che si lavano in casa... ma in realtà la violenza riguarda sempre una rete estesa di relazioni. Famiglia, amici, comunità sociale. Ha un impatto politico perché riguarda la comunità.
Se tu la guardi da queste prospettive, la violenza non è più riducibile ad una dinamica intrapsichica (‘il raptus’) ma culturale. La cultura favorisce e codetermina comportamenti di prevaricazione.
Sono nate domande scomode: potrebbe accadere anche a me? È già accaduto? Lì, parlando del film, abbiamo parlato di noi. Alcuni componenti del gruppo hanno iniziato a raccontare di comportamenti prevaricatori che hanno messo in atto o di quella volta in cui ‘ci è mancato poco che alzassero le mani’. Quasi spaventati da quell'esperienza che poi non è sfociata in violenza ma ci ha portato a ragionare sul perché accade.
È diventato qualcosa che ci ha portato a riflettere anche sulla nostra formazione e cultura impregnata da stereotipi patriarcali: la figura del capofamiglia, del delitto d'onore, del matrimonio riparativo sono questioni recenti da cui noi proveniamo. Abbiamo assunto una posizione autoriflessiva e autocritica. Cosa significa disertarla? Il primo passaggio è vederla, il secondo è ‘che altri tipi di maschi possiamo essere’.

Ivan: La questione dei ‘modelli da seguire’ diventa centrale: quali sono secondo te i modelli diffusi oggi, e quali invece sarebbero da proporre ai maschi giovani e meno giovani.
Beppe Pasini: Cosa vuol dire essere virile, essere maschio: la cosa interessante che dicevamo è che riconoscere debolezze e fragilità ci rende più forti. Negare le debolezze, non avere un nome, delle parole, il permesso di esprimerle... ti fa implodere.
Mettere a fuoco un linguaggio, un vocabolario, un racconto è eccome un'esperienza virile, emozionante. Avere meno paura di contravvenire e disertare quel tipo di copioni rende molto più forti contro le avversità della vita. La cura delle relazioni, dei rapporti, trasformare le emozioni in racconto e storia: queste sono vie possibili per diventare più forti e liberarsi dai condizionamenti.
La postura laboratoriale in questo senso è stata una modalità vincente: guardandoci in faccia, ascoltando silenzi, emozioni abbiamo potuto lavorare meglio. Senza obiettivi persecutori o di autovittimizzazione... che è un'altra strategia di difesa, che ti porta a non metterti in discussione.
In ultimo abbiamo fatto un incontro molto bello cui hanno partecipato anche delle colleghe di un centro antiviolenza che hanno raccontato come lavoravano al centro, che passaggi e procedure adottano. Sentire concretamente cosa vuol dire per un'operatrice del CAV avere a che fare con storie di questo tipo ti dà la misura di cosa significa affrontare queste storie.

Ivan: Avete già in mente delle possibili prosecuzioni del percorso?
Beppe Pasini: Questo è stato un primo assaggio, però ci siamo detti "adesso vediamo come va". La cosa sembra essere stata stimolante per i partecipanti e si possono immaginare altri approfondimenti.

Ivan: Qual è stato il pubblico del laboratorio?
Beppe Pasini: I partecipanti, 15 in tutto, venivano da varie estrazioni sociali, culturali, c'erano impiegati, attivisti, pensionati, alcuni con mogli, compagne... tutto molto trasversale come è il tema della violenza di genere. Non c'è un target specifico di chi è il violento, è una categoria trasversale. Sarebbe rassicurante individuare una tipologia, di sollievo per tutti gli altri. La questione ci riguarda perché è trasversale e anche la variegazione dei partecipanti l'ha resa una bella esperienza.

Ivan: Torniamo ai modelli… Se penso alla mia infanzia, i miei modelli maschili erano i personaggi dei film anni ‘80 (Indiana Jones, Hans Solo) o cartoni animati come He-Man e Capitan Harlock. Quali sono i modelli maschili oggi? C'è bisogno di crearne di nuovi?
Beppe Pasini: Vedi, se facciamo di questo discorso un tentativo di problematizzazione allora questo ci introduce in una storia di incontri e relazioni. Possiamo negare che il nostro modo di essere virile sia influenzato anche dai nostri padri? Come ha influito e che cosa ho lasciato alle spalle? Cosa sento come padre di trasmettere ai miei figli e alle mie figlie? Non solo a parole ma attraverso i comportamenti.
Siamo poi circondati da storie, film, fumetti che possiamo utilizzare e problematizzare... ad esempio ho colleghi che lavorano tanto con i videogiochi. Non sono solo una dipendenza: nei videogiochi sono concentrate storie meravigliose, con strutture narrative epiche e mitologiche che coinvolgono fortemente il giocatore. Possiamo allearci ai videogiochi per trasformarli in occasione di riflessione, racconto, approfondimento. E quindi giocando insieme ai ragazzi con i videogiochi e riflettendone insieme si crea un'occasione di costruzione di pensiero attraverso il gioco.
Possiamo dire che i modelli in sé non esistono se non c'è una nostra relazione e una presa di posizione nei confronti delle influenze che ci riguardano e creiamo un pensiero su come mi sento, cosa ne penso.
L'idea interessante è di problematizzare il rapporto con le influenze che ci riguardano, non smettere di elaborare il pensiero. C'è una responsabilità nello scegliere un modello o un altro.
La domanda che ricorre sempre è ‘Io dove sto riguardo a questo?’
Prendi ad esempio il patriarcato: può essere un comodo mito culturale dietro a cui ci si nasconde ‘l'ha ammazzata perché aveva il patriarcato’. Accompagnare le persone in percorsi di apprendimento, confronto e di riflessione sulla propria esperienza è un bellissimo antidoto, che permette di riconoscere in noi stessi ed esserne fieri la differenza che vediamo negli altri.

Ivan: La riflessione critica sulla mascolinità è difficile e rischia di limitarsi a poche persone. Come si fa ad ampliarla in modo che il messaggio venga colto da un pubblico vasto, a farla diventare una "rivoluzione di popolo"?
Beppe Pasini: Ci sono tanti livelli. C'è quello di cui abbiamo parlato ma ci sono anche mezzi di comunicazione, giornali, social. Qui c'è un lavoro molto interessante e importante da fare con chi si occupa di comunicazione. Bisogna rendersi conto dell'impatto e della corresponsabilità che hanno le parole nel raccontare come si sono svolti i fatti, e nel veicolare modelli sessisti. Ci sono cambiamenti meravigliosi che si possono adottare a livello ‘macro’.
Ci sono poi anche molte occasioni educative anche nelle relazioni quotidiane: se cambiamo il modo di dialogare di questi temi si possono mettere in crisi queste relazioni. Quando dici che non condividi quel modo di parlare, violento, sessista… a volte rompi delle amicizie. Quando ti rendi conto di quanto è potente e quanti comportamenti determina quel modo di parlare, tuttavia, diventa difficile tollerarlo. 

Ivan: In che modo i maschi possono partecipare alla lotta al patriarcato? Dobbiamo essere spettatori o possiamo essere in qualche modo partecipi in modo attivo?
Beppe Pasini: Siamo sicuri che il patriarcato sia un problema solo per le donne? Una questione che nel laboratorio ci siamo detti è che se è vero che le donne sono vittime di sessismi, codici di comportamento, ne siamo vittime anche noi come maschi. Ci sono anche elementi oggettivi.
Prendi il carcere: il 97% detenuti è maschio. Su 60000 persone carcerate, ci sono 2600 donne, meno del 4%. Inoltre sono soprattutto i maschi che fanno la guerra. Che prezzo paghiamo come maschi per tutto questo? E che costo ha disertare questa cultura? Le percentuali che ti ho detto sono schiaccianti... per cui una riflessione interessante è che la lotta delle donne per la parità di genere è una lotta anche degli uomini. Non è più un ‘buonismo’, diventa la tua, la nostra lotta per uscire da queste gabbie di genere che prevedono che siamo noi a compiere crimini, ad andare in guerra, a fare violenza. Ci riguarda: vederlo è già un bell'invito a provare a trovare alternative e disertare silenziosi copioni che prevedono che maschio sia quella roba lì.