Selca: ricalcolo, prescrizione, impunità?

Da Graffiti 255, Gennaio 2016 

Quando mi capita di utilizzare il navigatore e sbaglio strada, la voce femminile gentilmente mi ripete: ricalcolo. L'udienza del processo per la SELCA di Forno d'Allione ha subito l'ennesimo ricalcolo. Rinviata a metà gennaio 2016. Prescrizione 2017. Se calcoliamo i tempi forse, e dico forse, si arriva alla prima sentenza. Poi tutto decade nel nulla. Non è successo niente. Il reato ambientale più grave che sia mai stato perpretato in Valle Camonica non sarà mai esistito. Non ci saranno colpevoli, responsabili e soprattutto non ci sarà recupero e bonifica ambientale. A questo punto il caso merita alcune riflessioni. Per prima cosa metteri le carenze nel monitoraggio del sito sin dal momento della sua apertura, quando si doveva sapere dagli enti preposti che lì si lavorava materiale tossico, da trattare con cautela. ARPA e ASL hanno forse scoperto che le sostanze cancerogene c'erano solo dopo che l'azienda è stata chiusa per fallimento? E dopo vento e acqua cosa ne hanno fatto dei cumuli che erano depositati fuori dai capannoni? Quanti e quali esami sono stati effettuati? Mi sembra impossibile che nell'aria e nell'acqua non ci siano tracce delle sostanze pericolose e non siano state prese precauzioni in merito, sia verso la popolazione sia per l'ambiente circostante, visto che a Forno insistono una ventina di aziende e centinaia di lavoratori. E quanta allerta è stata proclamata alle amministrazioni ed anche alla popolazione residente nel giro di pochi chilometri? Quando il caso è montato alle cronache di giornali e televisioni non  mi sembra ci sia stata una grande mobilitazione da parte dei cittadini vicini al sito e maggiormente interessati dalle eventuali conseguenze patologiche: ci abbiamo sempre lavorato, ci hanno dato posti di lavoro. Niente tute speciali, niente maschere, a mani nude a trattare cianuri e solfuri: questo è lavoro? Oltre ai sindaci di Berzo Demo, chi altro si è mosso a livello istituzionale per sollevare il problema e tentare di trovare una soluzione? Si sono mosse le associazioni ambientaliste puntando in alto perché la soluzione va presa a livello regionale e nazionale, ma non spettava solo a loro. La mobilitazione popolare è stata carente, quasi non fosse successo niente di più e di meno delle faccende dell'ex UCAR. Che poi sappiamo bene come è stata abbandonato il sito dell'UCAR e come è stata eseguita la bonifica del territorio. Morti e terreni ancora inquinati.  Ora perfino il curatore fallimentare si è reso di compassione ed ha sborsato qualche centinaia di migliaia di euro per rifare il tetto dei capannoni, tetti in amianto e piuttosto malmessi. Il curatore dispone però di alcuni milioni di euro. Ora anche la regione si è resa di compassione e tira fuori dal cilindro duecentoquaranta mila euro per insaccare il materiale e portarlo all'interno, ma i soldi non bastano e parecchio resterà fuori coperto dai teli. Per quanto tempo? La magistratura ha i suoi tempi, la Regione non ha i soldi, lo stato ha inviato una commissione parlamentare , ma la bonifica chi la fa? Chi vivrà vedrà. Il punto è se si vivrà !!!

Guido Cenini 


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