C’è bisogno di parlare di che cos’è la mascolinità e di come mai la nostra cultura è pervasa di comportamenti maschili violenti? Proviamo a chiederlo a qualche esperto (rigorosamente al maschile), in Singolare Maschile: una serie di articoli in cui gli uomini riflettono su se stessi.
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| Giacomo Berdini, alias Jack Roland |
Questa volta, ne discutiamo con Giacomo Berdini,nativo di Ponte di Legno, da qualche anno ormai "trapiantato" a Milano, dove si occupa di sceneggiatura e di produzioni televisive. Lo intervistiamo perché, con lo pseudonimo di Jack Roland, Giacomo è da ormai 10 anni autore di romanzi di genere fantasy (il suo ultimo, Il Priore Oscuro, ha vinto nel 2025 il Premio Cittadella), e di questo ci parlerà nella nostra chiaccherata: della rappresentazione del maschile nei romanzi fantasy, e di come il bisogno degli eroi sia qualcosa di radicato nel nostro essere umani (quasi una "forma simbolica", per dirla col filosofo Cassirer), anche in quest'epoca in cui ci allontaniamo dai modelli machisti, sessisti e in fondo patriarcali del passato.
Ciao Jack e grazie di avere accettato questa intervista. Il fantasy stesso è stato considerato un genere soprattutto “per maschi”, sia per il suo pubblico sia per i suoi personaggi. Perchè? Ed è ancora così?
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| Arya Stark nella serie Il Trono di Spade |
È indubbio che stia spopolando il romance-fantasy, ma non archivierei la questione, per usare un altro stereotipo, con “donnine che vogliono storielle d’amore con i draghi”.
La componente maschile che ha caratterizzato il genere negli anni è effettivamente mutata. Si trattano temi più intimi, più moderni. Anche se si scrive di cavalieri che combattono mostri, o intrighi di corte con maghi spietati, il cuore narrativo è più emotivo, oggi. Questo sicuramente ha avvicinato un pubblico più femminile, ma è anche il genere ad essersi evoluto per parlare a un pubblico femminile, forse perché le donne leggono di più, da sempre, e i libri vanno venduti.
Effettivamente, il fantasy con cui sono cresciuto io era un genere da maschi.
Fatta eccezione per alcuni casi, era connotato da una preponderanza di personaggi maschili, a volte machisti; eroi solitari o misteriosi, barbari o avventurieri con una grande quest (missione, impresa, ndr) da compiere e che, spesso, non avevano alcun interesse o tempo per l’amore.
La componente femminile era spesso relegata al trittico: donna angelo, damigella da salvare, guerriera succinta. I tempi sono cambiati e con essi gli scrittori.
Di conseguenza, gli eroi sono cambiati.
Dando più spazio a personaggi femminili, ma inserendo anche una componente più intima negli eroi maschili, il genere è mutato e il pubblico che si interessa al fantasy è in continua evoluzione.
Immaginiamo che tra cinquant’anni qualcuno voglia capire come gli uomini della nostra epoca vedevano se stessi e decida di farlo leggendo i romanzi fantasy pubblicati oggi. Sarebbe una buona idea? E soprattutto: che uomini troverebbe dentro quelle pagine?
Forse cinquant’anni sono pochi? Penso a Robert Howard (l'autore di Conan) e H. P. Lovecraft (creatore di Chtuluh), per fare due esempi noti, che sono entrambi morti a metà degli anni ’30. Oggi la loro influenza sulla cultura, non solo fantasy, è enorme.
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| Miniatura del Romanzo della Rosa |
Mi spiego. All’epoca amavano i romanzi cavallereschi, come il ciclo arturiano o il Roman de la Rose, perché quella era l’idea che volevano dare di sé. Gli piaceva vedersi rappresentati in quella maniera, anche idealizzata, piena di valori e coraggio.
Non saprei dire quanto dell’uomo moderno ci sia nel fantasy odierno.
Nelle opere più contemporanee si trovano sicuramente tracce della società in cui viviamo, con la sua violenza, cupidigia, ingiustizia. Ma credo che il ruolo del fantasy non sia fare da specchio. Anzi. Credo che il suo scopo sia generalmente più alto. Gli eroi del fantasy sono qualcosa a cui ambire. Uomini che combattono per qualcosa di più grande. Anche quando sono antieroi, personaggi grigi o maledetti, tendenzialmente compiono atti di redenzione, riscatto e, spesso, si sacrificano per gli altri, o per un mondo ideale.
Credo che il fantasy piaccia soprattutto per questo, perché ci racconta di eroi che vorremmo vedere nella vita vera: condottieri, cavalieri, maghi, persone con un grande potere che usano per fare del bene. Oppure, persone umili che riescono a influenzare con la loro bontà il corso degli eventi. Purtroppo, queste cose non si vedono molto nella nostra realtà, ecco perché il fantasy va a colmare un vuoto morale del cinismo dell’uomo moderno.
Se parliamo delle origini del fantasy moderno, ci imbattiamo in Frodo Baggins, il protagonista del Signore degli Anelli, un personaggio molto lontano dall’eroe maschile muscolare e invincibile, che ha paura, soffre, ha continuamente bisogno degli altri e alla fine porta con sé le ferite della propria avventura. È una figura rivoluzionaria?
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| Frodo Baggins |
Bilbo e Frodo sono due eroi rivoluzionari, perché parlano al cuore delle persone. Anche noi viviamo chiusi nelle nostre casette, coccolati da ogni comfort, a occuparci del nostro orticello, per lo più indifferenti ai guai del mondo. Eppure, quando si presenta l’occasione, Bilbo e Frodo si mettono in strada e si gettano nel pericolo perché… è la cosa giusta! Quanti di noi sarebbero disposti a farlo?
Quanti di noi vorrebbero essere capaci di farlo?
Il fatto che siano eroi maschili, a mio avviso, qui non fa alcuna differenza.
È proprio il ruolo della persona umile e piccola che cambia il destino di tutti a rendere questi personaggi indimenticabili.
Nell’immaginario di chi conosce poco il fantasy, però, l’eroe del genere assomiglia forse più a Conan il Barbaro: forte, coraggioso, indipendente, spregiudicato, capace di cavarsela praticamente ovunque. È questo il modello maschile del fantasy?
Sai... Probabilmente, ai tempi di Howard, sì. L’eroe fantasy era fondamentalmente quello. Spadone, poche parole, tanti muscoli… e giù di mazzate!
Da Tolkien (che ha scritto Il Signore degli Anelli) in poi, e ancora negli anni ’80 e ’90, le cose sono cambiate molto. Forse perché il mondo è cambiato. Stereotipi e archetipi fanno parte della narrativa dall’alba dei tempi. Servono ed è utile conoscerli, utilizzarli… soprattutto per smontarli.
Credo sia successo proprio questo, nel corso degli ultimi decenni.
Del resto, già il fantasy del passato ci ha regalato protagonisti molto più fragili, tormentati o controversi.
Penso per esempio a Elric di Melniboné, un re Albino, fisicamente debole, insicuro, che sembra quasi il negativo di Conan. Perché rappresentare la debolezza? Che tipo di eroi sono questi?
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| Copertina di un volume della saga di Elric di Melnibone |
Al giorno d’oggi, l’archetipo è mutato ulteriormente.
L’eroe fantasy è fallace, pieno di difetti e vizi. È l’umanità degli eroi ad agganciare il lettore, a creare uno specchio con le nostre debolezze personali.
Faccio un altro esempio: Ringil Eskiath, della Trilogia “Cosa resta degli Eroi” di Richard Morgan. È un omosessuale mezzo alcolizzato e ripudiato dalla sua famiglia.
Non ha alcuna caratteristica morale che lo renda un uomo da stimare o da apprezzare, eppure, la sua strada lo porta a essere l’eroe di cui il mondo ha bisogno.
Questa forse è la vera forza del messaggio che, probabilmente, prosegue lo stesso filone inaugurato da Tolkien con Frodo: gli eroi sono proprio i personaggi più improbabili. Non sono super uomini. Chiunque, tutti noi, anche tu puoi elevarti a eroe.
Non importa quanto in basso sei caduto o da quanto indietro parti nella scala di forza fisica, morale o sociale. Tutti possiamo diventare eroi, come cantava Bowie, almeno per un giorno.
Ci sono poi personaggi che mantengono molti elementi dell’eroe tradizionale, ma contemporaneamente li mettono in discussione.
Geralt di Rivia, il protagonista della serie di romanzi The Witcher, è un guerriero, solitario, apparentemente freddo, ma profondamente segnato dal suo essere un padre. Quali personaggi, secondo te, hanno saputo sovvertire meglio il ruolo maschile tradizionale nel fantasy?
Oltre a Geralt e agli altri che abbiamo citato, sicuramente Tyrion Lannister (personaggio di Il Trono di Spade di G. Martin): un puttaniere ubriacone, affetto da nanismo e odiato dal padre. Eppure scaltro, intelligente, indimenticabile.
Un altro è Sand dan Glokta ne “La Prima Legge”, di Joe Abercrombie. Un uomo che, proprio per rispecchiare l’archetipo dell’eroe classico, è andato in guerra, è stato catturato e storpiato dai nemici, non solo nel fisico ma anche nello spirito. Ora vive nel dolore, e lo conosce così bene che è il più bravo a somministrarlo. Lo odi, per lo più, per il resto del tempo lo compatisci ma, nell’equilibrio del romanzo, è assolutamente un eroe.
Forse il più eroe di tutti i personaggi della trilogia.
Personalmente, ho sempre trovato la riluttanza di Aragorn ad assumere un ruolo da leader, e le tentazioni di Boromir di prendere l’unico anello ne “Il Signore degli Anelli”, tematiche tutt’altro che scontate e che, soprattutto per l’epoca in cui è stato scritto il libro, sovvertivano l’archetipo dell’eroe tradizionale, senza macchia e senza paura. Questi due uomini, pur essendo guerrieri coraggiosi, avevano debolezze, insicurezze e paure molto umane.
Arriviamo ai tuoi personaggi. Vorrei partire dal Tristo, protagonista del Priore Oscuro. Come hai costruito questo personaggio? Quanto hai ragionato, scrivendolo, sul suo modo di essere uomo e sul suo rapporto con i modelli maschili tipici del fantasy?
Tristo è nato da un concetto molto semplice: gli eroi muoiono.
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| La copertina di Il Priore Oscuro |
Da lì ho cominciato a domandarmi cosa potrebbe accadere nel momento in cui, a un cavaliere, persino la morte possa essere negata. Il nome Tristo non è un caso perché, in qualche modo, si rifà al mito di Cristo, morto e risorto per un bene più grande.
I modelli maschili del fantasy c’erano tutti, credo, soprattutto ereditati dalla mia passione per le figure del ciclo arturiano: il protagonista è un cavaliere di una famiglia decaduta.
Se ho sovvertito tali modelli è stato privando questo eroe del passato, di un futuro, del suo nome, di uno scopo personale; in poche parole, di un’identità.
La morte è una forza liberatrice e livellatrice.
Tornando dalla morte, Tristo non sa più chi è. Solo perseguendo la missione che gli è stata affidata dalle divinità può scoprirlo, ricostruire se stesso un pezzo alla volta.
Questo concetto, in realtà, attinge da un’esperienza personale, una rottura con il passato e con quello che si crede di essere. Nel momento in cui smetti di fare ciò che gli altri si aspettano da te, ciò che ti è stato insegnato, ciò che credevi fosse giusto… che cosa fai? Forse, quello è il momento in cui scopri la tua vera essenza. Forse quella è l’occasione per diventare davvero ciò che vuoi essere.
In qualche modo, a Tristo succede proprio questo. In un mondo di morte, prossimo alla caduta, scopre che la risposta, alla fine, è sempre la stessa beatlesiana verità: l’amore.
Allargando lo sguardo anche agli altri tuoi personaggi maschili: c’è un tipo di uomo che ti interessa particolarmente raccontare?
Di sicuro, Blasco Delmar (altro personaggio di Il Priore Oscuro). È un personaggio secondario che è nato per suo stesso capriccio. A livello di trama, serviva un balivo che affidasse un incarico pericoloso a Tristo.
In generale, odio i personaggi macchietta, o strumentali, però non immaginavo per lui un ruolo così importante.
Blasco è nato da solo. Ha preso forma e si è imposto con tutta la sua umanità.
È un uomo che non vale molto. Svolge un incarico ufficiale in un borgo minuscolo e dà molta importanza alla sua poca autorità… almeno finché non si trova a dover affrontare gente ben più potente e pericolosa, davanti alla quale china il capo.
Gli piace andare alla taverna e non ha voglia di tornare a casa dalla moglie. Vuole bene ai suoi figli ma da una certa distanza. Sono più una proprietà che altro. È vendicativo, incoerente, per certi versi vigliacco. Insomma, Blasco è un uomo come ce ne sono tanti in giro, forse anche molto italiano. Incarna tantissimi difetti comuni che, tuttavia, mostra con molta onestà. Credo sia questa la cosa di lui che ha conquistato me e diversi lettori. Tutti conosciamo un Blasco Delmar, magari gli vogliamo bene, perché è un amico o un parente. Fa scelte sbagliate ma, alla fine, riesce a raddrizzarle. Nel momento in cui gli viene data una seconda possibilità per agire nel giusto, lo fa, e lo fa con il cuore.
È un eroe ordinario, improbabile, ma forse… quasi tutti gli eroi veri lo sono.
Rispondendo alla seconda parte della domanda, nella vita come nella letteratura, non mi piacciono i personaggi troppo sicuri di sé, che non dubitano mai, che non si fanno mai domande, che non vedono al di là del proprio naso e che, soprattutto, sono privi di empatia. Se proprio dovessi pensare a un personaggio maschile… Saruman. Mi terrei molto alla larga da Saruman! Però, per l’appunto, è un villain che fa una brutta fine.
Tu sostieni che il fantasy possa funzionare come una specie di laboratorio: si prende un’intuizione, si costruisce un mondo attorno a essa e la si può portare fino alle sue conseguenze più estreme. Questo vale anche per il rapporto tra i generi e per il modo in cui immaginiamo il maschile e il femminile? Ci sono opere fantasy che, secondo te, hanno usato mondi immaginari proprio per sperimentare rapporti diversi tra i generi?
Sì, penso che il fantasy sia un grande laboratorio, ma non credo sia saggio o funzionale usarlo per “esperimenti sociali”. Mi spiego meglio: nel fantasy possiamo spingere all’estremo la natura umana, proprio perché viene a rapportarsi con qualcosa di sovrumano, che ci porta a immaginare l’impossibile; sensazioni ed emozioni che non possiamo sperimentare in vita e che ci portano a rompere le barriere dell’Io.
Il rapporto tra il maschile e femminile ha una natura molto più sociale, determinata dalla Storia, dalla politica, dalle tradizioni.
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| Sigourney Weaver come Ellen Ripley |
Viviamo uno scenario distopico che, per me, ha già un che di trama da libro fantasy! E non uno di quelli che finiscono bene, purtroppo.
Questa mentalità ha già dato i suoi frutti anche nella letteratura fantasy, che si è fatta espressione di una politica vuota fatta da adesivi da appiccicare sulle copertine.
Libri etichettati come LGBTQ, come se fosse un sottogenere, quando al massimo può essere una caratterizzazione dei personaggi (spoiler, anche nel mio libro ci sono personaggi gay); scrittrici che dichiarano di non leggere fantasy scritti da uomini, perché, a quanto pare, non esiste un autore maschio sulla faccia del pianeta che sappia parlare al femminile o del femminile. Insomma estremismi che definirei “talebani”.
In un contesto del genere, meglio che il fantasy si occupi di intrattenere, piuttosto che diffondere questo tipo di messaggi politici da quattro soldi.
Non è sempre stato così, ovviamente, e se devo citare a un libro che ha esplorato il rapporto tra i generi in modo originale, profondo, coerente e commovente, dando giustizia alla figura femminile e a quella maschile, al modo unico in cui possono completarsi, beh… penso alle Aes Sedai e ai loro Custodi ne La Ruota del Tempo, di Robert Jordan. Ma come dicevo poco fa, è un romanzo uscito nei ruggenti anni ’90.
Oggi si parla spesso di una “crisi” o, forse meglio, di una trasformazione dei modelli maschili.
Ti sembra che il fantasy stia raccontando questo cambiamento?
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| "Se il protagonista agisce per il male.. io voglio vedergli fare la fine di Saruman!" |
La società è in continuo mutamento, e io ringrazio di essere nato in un’epoca in cui stiamo cercando di liberarci da certi modelli maschili tossici che, per esempio, erano imperanti all’epoca dei nostri nonni e genitori. Temo, però, che stiamo tornando indietro invece che andare avanti.
Non so se il fantasy stia raccontando questo mutamento.
Di certo, è sempre più raro vedere personaggi come Conan mentre, invece, appassionarsi alle avventure di un personaggio omosessuale, o storpio, o non morto diventa sempre più diffuso. Indubbiamente, nuovi autori e nuove generazioni portano nuovi contenuti.
Una cosa che, però, proprio non amo della letteratura contemporanea (ma lo vedo anche nel cinema e nella TV) è il cinismo e la celebrazione della cattiveria.
Oggi devono essere tutti cattivi, o moralmente deprecabili.
Da autore televisivo, per esempio, ho disprezzato la glorificazione dei criminali, dei camorristi, degli assassini che hanno imperversato sui nostri schermi negli ultimi anni.
Oggi più che mai, abbiamo bisogno di personaggi positivi, personaggi che agiscono per il bene. Possono avere tutti i difetti del mondo, i vizi, le imperfezioni e menomazioni che vuoi, ma se il protagonista agisce per il male, sapendo di fare del male o per il gusto di farlo, non è un eroe, è un villain, e io voglio vedergli fare la fine di Saruman!
Rispondendo al titolo dell’articolo: sì, abbiamo un disperato bisogno di eroi! Eroi buoni, a cui fare riferimento e da cui trarre ispirazione.
C’è poi una questione che attraversa moltissimo fantasy: il potere. Re, guerrieri, comandanti, maghi, padri, maestri: moltissimi personaggi maschili devono conquistare, esercitare oppure rinunciare al potere. Secondo te è cambiato anche il modo in cui il fantasy racconta il rapporto tra uomini e potere?
Il potere cambia faccia ma è sempre lo stesso.
È cambiato l’approccio perché, un tempo, il potere veniva definito come un fardello, qualcosa che corrompe, che distrugge, che è difficile da manipolare e, soprattutto, da volgere al bene; faccio l’esempio di Gandalf (lo stregone di Il Signore degli Anelli, ndr) che teme di usare l’Anello.
In altri casi, il potere era qualcosa a cui ribellarsi. Oggi non vedo più lo stesso spirito.
Spesso il potere viene descritto come qualcosa di ineluttabile, di inevitabile, qualcosa da subire con accettazione.
Il segnale più preoccupante è che, ormai, è dato quasi per scontato che chi ha potere sia corrotto. Se ai tempi di Tolkien c’era il dibattito, una lotta, tra chi si lascia corrompere dal potere e chi lo rifiuta o lo combatte, oggi sembra che il mondo abbia accettato l’assioma potere uguale corruzione. Chiaramente, questo è derivato dal mondo in cui viviamo.
Ma trovo che normalizzare questa cosa sia pericoloso.
Se anche nella letteratura fantasy ci priviamo di figure positive, che sanno gestire il potere, come Gandalf, o che sanno ispirare, come re Théoden (altro personaggio di Il Signore degli Anelli, ndr), stiamo perdendo una fetta importante della nostra umanità sociale. Avere figure di potere positive serve proprio a riconoscere e combattere quelle negative, a non rassegnarsi, a ribellarsi, ad alzare la testa. Certo che di personaggi del genere ce ne sono sempre meno nel nostro mondo ma, proprio per questo, è importante che la letteratura, fantastica e non, continui a crearne, per darci speranza e farci continuare a credere nel bene.
So che sembra banale, ma secondo me il fulcro del fantasy è ancora questo: bene e male. Luce e oscurità. Esistono anche nel mondo vero, è tutto davvero così semplice. Ci sono persone che fanno del bene e ci sono persone che fanno deliberatamente del male.
Conviene al male offuscare la luce del bene, mescolare tutto, così che il mondo appaia come una fanghiglia grigia. Se il potere è ineluttabile e appartiene solo ai corrotti, allora ci stiamo privando del nostro potere di essere umani e liberi, di scegliere e di cambiare le cose. Compito dello scrittore fantasy non è dipingere la cruda realtà del mondo, ma è creare qualcosa che faccia sognare, che risvegli in noi la voglia di esplorare, di viaggiare e, soprattutto, di combattere i mostri. I mostri veri, che ci aspettano nella vita di tutti i giorni quando richiudiamo il libro.
NOTA: Il Priore Oscuro è disponibile/ordinabile in tutte le librerie d’Italia da fine settembre







