16 dicembre 2016

Da Erbanno a Los Angeles, per credere nei sogni

di Federica Nember



Dopo la pausa del mese scorso dovuta all’arrivo di una nuova avventura nel mio viaggio personale, riprendo questo mese la mia rubrica con l’intervista ad un ragazzo che oggi si trova in America, e per l’esattezza a Los Angeles. 
Nicola Lucchi ha trentacinque anni ed è di Erbanno. Ha due lauree, la prima in Consulenza Pedagogica e la seconda in Lettere Moderne, ed ha scelto di partire per l'estero perché sentiva la necessità di cambiare aria.
L'atmosfera italiana mi sembrava stagnante e mancavano reali prospettive. Ho pensato valesse la pena provare a guardarmi attorno.
Nicola, decidi così di partire per Los Angeles…
Non avevo mai vissuto all'estero e la scelta è caduta su Los Angeles per vari motivi. Ho sempre avuto il pallino dell'America e, occupandomi di scrittura per il cinema, avevo il sogno di visitare questa città. Una vacanza qui è servita a farmici innamorare e a farmi incontrare con la realtà lavorativa che mi avrebbe sponsorizzato. Mi trovo molto bene, è una dimensione diversa ed è servito tempo per ambientarsi. Ovviamente mancano gli amici e la famiglia, la nostra cucina, la nostra storia e paradossalmente manca anche la pioggia (qui non piove mai).
Che differenze ci sono con l'Italia? 
Le differenze sono numerose. A Los Angeles c'è un'energia diversa, un ottimismo che in Italia non ho mai percepito. C'è molta più meritocrazia, serietà negli affari e serenità lavorativa in genere.

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10 dicembre 2016

Pensioni: la lettera di Umberto Sansoni

Pubblichiamo qui la versione integrale della lettera ricevuta da Umberto Sansoni, riportata brevemente sul numero di Graffiti di dicembre 2016.


La lealtà (dal lat. legalitis) è virtù fra le somme: è onestà effettuale, franchezza e sincerità; la lealtà è agente fondamentale d’ogni convivenza ed è l’unica virtù richiesta persino nelle società criminali. Al suo metro si misurano le potenzialità civili di un popolo.
Ora lo Stato è stato palesemente sleale con un’ampia fascia di cittadini: lo è stato con la legge Fornero creando il dramma degli esodati, e creando noi Quota 96 della scuola, coatti senza rispetto né considerazione. Vi era e vi è crisi, una crisi di sistema, innescata da “alta” e sporca finanza, che ha messo a nudo le deficienze storiche di due generazioni di malgoverno, senza equilibrio, assistenziale e clientelare, di baby pensioni, pensioni dorate e strafottenze sindacali, di incoscienza nei confronti di chi, prima o poi, avrebbe ereditato la zavorra dei problemi.
Un’inversione era pur necessaria e direi improcrastinabile: un’operazione dolorosa e ovviamente impopolare e questa l’ha fatta, ma male, il governo Monti-Fornero e l’ha consolidata il governo Renzi. Non può discutersi la necessità, ma il modo sì, quando non sono stati quasi scalfiti i poteri forti con banche salvate e lobbies esentate e privilegi di casta mantenuti gelosamente.
L’età pensionabile andava comunque alzata, ma nei modi di uno Stato di Diritto, non con la maniera frettolosa e presuntuosa di chi vuol risolvere in un giorno i drammi di mezzo secolo. E son così seguite le pezze a rimedio: salvaguardie (l’ottava in arrivo) per esodati al limite della rivolta di piazza e si prospetta l’APE, a costo zero per lo Stato, a costo alto per il pensionato, nella considerazione che non si può comunque chiedere ad un essere umano di lavorare fino al limite dei settant’anni.
Queste salvaguardie, sempre parziali, sono ammissioni di colpa e goffi, tardivi, tentativi di discolpa; pezze comunque per quasi tutti, ma non per noi Quota 96 della scuola della Repubblica: l’errore nei nostri confronti, in diritto di pensione dal 1° Settembre 2012, è ammesso dal Governo, dal Parlamento, dalla Commissione lavoro della Camera, da alti membri della Corte Costituzionale, dai sindacati (sic) e dalla stessa piangente Sig.a Fornero (sic). Ora siamo reduci da 5 anni di attese, di promesse, di buoni propositi e proprio venerdì 21 Ottobre un esponente del Governo, il Sig. Luigi Bobba, sottosegretario del Welfare (!), e quindi il Sig. GiulianoPoletti, ministro della Repubblica hanno finalmente gettato la maschera: anche in ossequio alle regole del “Salva Italia” (!), anche in dispregio delle ammissioni di colpa e del diritto di legge, noi siamo ufficialmente fuori da ogni “deroga” alle norme Fornero. Quelli di noi che son rimasti ancora in servizio (circa 1500, “incomputabili” per il Ministero, contro i 4500 iniziali) dovranno attendere il compimento dei 66 anni e 10 mesi (quota 112 sommando anni di età e servizio).
Dobbiamo cioè essere tutti in età conclamata di nonni con i nostri alunni, e dovremmo continuare fino in fondo a essere tappi sacrificali sullo scontento fermentante delle categorie imbottigliate dietro di noi (si immagini come dice il Governo, cosa accadrebbe se si togliesse il tappo).
Ci si considera evidentemente una categoria troppo esigua per essere un pericolo d’opinione pubblica, insignificante sul piano elettorale, con falso ascolto da parte dei sindacati parolai e con poco ascolto fra gli stessi colleghi, giustamente troppo impegnati a barcamenarsi per i danni della “Buona Scuola” e già in ambasce per la prospettiva della loro sempre più lontana e smagrita pensione.
Ma la nostra sconfitta è comunque una sconfitta della classe insegnante, un precedente che porterà male, molto male al pianeta docenti, già incapace di riaffermare la dignità del suo ruolo, già in via di rassegnazione sugli effetti dei mala tempora.
Personalmente sono fra quelli che, nonostante l’amarezza, ha accettato almeno il principio di contribuire a sostenere un sistema minacciato da una crisi profonda: mi ero fatto, obtorto collo, una ragione di rimanere in servizio per uno-due anni, quantomeno per dar precedenza a chi, esodato, stava molto peggio di noi: nel naufragio bisogna pur salvare subito chi è in acqua senza salvagente; noi su zattera (forata) potevamo aspettarli; ed ero contento di proseguire ancora il buon rapporto coi ragazzi, in fondo, di dar loro ancora qualcosa di buono, a loro che di colpe politiche non ne hanno e che dovranno in ogni caso molto pagare le pregresse colpe.
Al quinto anno di quel che è diventata una costrizione e una beffa, dopo le parole finalmente chiare del Sig. Bobba e del Sig. Poletti, la misura è colma: brucerò innanzitutto la mia tessera sindacale (di 30 anni) e mi chiamerò fuori dal sistema “Buona Scuola”! Quindi, pur potendomene andare con permesso della legge 104 (se non sarò costretto a farlo) scelgo, ripeto scelgo, di dare il mio meglio residuo ai ragazzi in classe e nel contempo, mi sento in diritto di disinteressarmi di tutto il resto. Non accetterò, per rispetto dei colleghi, che l’assolutamente minimo indispensabile degli obblighi collegiali. Finito quest’anno scolastico, andrò per le forche caudine dell’APE, con grande pietà per tutti quelli che, a seguire, non avranno più neanche questa onerosa finestra.

Dopo 42 anni di servizio, è con grande amarezza che continuerò il mio pur stupendo lavoro: tutti noi Q96 affermiamo di essere traditi dallo Stato e di vivere una slealtà protratta e ingiustificabile, ma con la coscienza, attenzione, che la violazione dei nostri diritti ha già aperto la strada alla violazione, a catena, dei diritti elementari di tutto il comparto scuola e, dietro di esso, dell’impiego pubblico. La nostra sconfitta è la sconfitta del leale rapporto lavoro, quello su cui fonda il primo articolo della nostra Costituzione.