16 dicembre 2016

Da Erbanno a Los Angeles, per credere nei sogni

di Federica Nember



Dopo la pausa del mese scorso dovuta all’arrivo di una nuova avventura nel mio viaggio personale, riprendo questo mese la mia rubrica con l’intervista ad un ragazzo che oggi si trova in America, e per l’esattezza a Los Angeles. 
Nicola Lucchi ha trentacinque anni ed è di Erbanno. Ha due lauree, la prima in Consulenza Pedagogica e la seconda in Lettere Moderne, ed ha scelto di partire per l'estero perché sentiva la necessità di cambiare aria.
L'atmosfera italiana mi sembrava stagnante e mancavano reali prospettive. Ho pensato valesse la pena provare a guardarmi attorno.
Nicola, decidi così di partire per Los Angeles…
Non avevo mai vissuto all'estero e la scelta è caduta su Los Angeles per vari motivi. Ho sempre avuto il pallino dell'America e, occupandomi di scrittura per il cinema, avevo il sogno di visitare questa città. Una vacanza qui è servita a farmici innamorare e a farmi incontrare con la realtà lavorativa che mi avrebbe sponsorizzato. Mi trovo molto bene, è una dimensione diversa ed è servito tempo per ambientarsi. Ovviamente mancano gli amici e la famiglia, la nostra cucina, la nostra storia e paradossalmente manca anche la pioggia (qui non piove mai).
Che differenze ci sono con l'Italia? 
Le differenze sono numerose. A Los Angeles c'è un'energia diversa, un ottimismo che in Italia non ho mai percepito. C'è molta più meritocrazia, serietà negli affari e serenità lavorativa in genere.

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10 dicembre 2016

Pensioni: la lettera di Umberto Sansoni

Pubblichiamo qui la versione integrale della lettera ricevuta da Umberto Sansoni, riportata brevemente sul numero di Graffiti di dicembre 2016.


La lealtà (dal lat. legalitis) è virtù fra le somme: è onestà effettuale, franchezza e sincerità; la lealtà è agente fondamentale d’ogni convivenza ed è l’unica virtù richiesta persino nelle società criminali. Al suo metro si misurano le potenzialità civili di un popolo.
Ora lo Stato è stato palesemente sleale con un’ampia fascia di cittadini: lo è stato con la legge Fornero creando il dramma degli esodati, e creando noi Quota 96 della scuola, coatti senza rispetto né considerazione. Vi era e vi è crisi, una crisi di sistema, innescata da “alta” e sporca finanza, che ha messo a nudo le deficienze storiche di due generazioni di malgoverno, senza equilibrio, assistenziale e clientelare, di baby pensioni, pensioni dorate e strafottenze sindacali, di incoscienza nei confronti di chi, prima o poi, avrebbe ereditato la zavorra dei problemi.
Un’inversione era pur necessaria e direi improcrastinabile: un’operazione dolorosa e ovviamente impopolare e questa l’ha fatta, ma male, il governo Monti-Fornero e l’ha consolidata il governo Renzi. Non può discutersi la necessità, ma il modo sì, quando non sono stati quasi scalfiti i poteri forti con banche salvate e lobbies esentate e privilegi di casta mantenuti gelosamente.
L’età pensionabile andava comunque alzata, ma nei modi di uno Stato di Diritto, non con la maniera frettolosa e presuntuosa di chi vuol risolvere in un giorno i drammi di mezzo secolo. E son così seguite le pezze a rimedio: salvaguardie (l’ottava in arrivo) per esodati al limite della rivolta di piazza e si prospetta l’APE, a costo zero per lo Stato, a costo alto per il pensionato, nella considerazione che non si può comunque chiedere ad un essere umano di lavorare fino al limite dei settant’anni.
Queste salvaguardie, sempre parziali, sono ammissioni di colpa e goffi, tardivi, tentativi di discolpa; pezze comunque per quasi tutti, ma non per noi Quota 96 della scuola della Repubblica: l’errore nei nostri confronti, in diritto di pensione dal 1° Settembre 2012, è ammesso dal Governo, dal Parlamento, dalla Commissione lavoro della Camera, da alti membri della Corte Costituzionale, dai sindacati (sic) e dalla stessa piangente Sig.a Fornero (sic). Ora siamo reduci da 5 anni di attese, di promesse, di buoni propositi e proprio venerdì 21 Ottobre un esponente del Governo, il Sig. Luigi Bobba, sottosegretario del Welfare (!), e quindi il Sig. GiulianoPoletti, ministro della Repubblica hanno finalmente gettato la maschera: anche in ossequio alle regole del “Salva Italia” (!), anche in dispregio delle ammissioni di colpa e del diritto di legge, noi siamo ufficialmente fuori da ogni “deroga” alle norme Fornero. Quelli di noi che son rimasti ancora in servizio (circa 1500, “incomputabili” per il Ministero, contro i 4500 iniziali) dovranno attendere il compimento dei 66 anni e 10 mesi (quota 112 sommando anni di età e servizio).
Dobbiamo cioè essere tutti in età conclamata di nonni con i nostri alunni, e dovremmo continuare fino in fondo a essere tappi sacrificali sullo scontento fermentante delle categorie imbottigliate dietro di noi (si immagini come dice il Governo, cosa accadrebbe se si togliesse il tappo).
Ci si considera evidentemente una categoria troppo esigua per essere un pericolo d’opinione pubblica, insignificante sul piano elettorale, con falso ascolto da parte dei sindacati parolai e con poco ascolto fra gli stessi colleghi, giustamente troppo impegnati a barcamenarsi per i danni della “Buona Scuola” e già in ambasce per la prospettiva della loro sempre più lontana e smagrita pensione.
Ma la nostra sconfitta è comunque una sconfitta della classe insegnante, un precedente che porterà male, molto male al pianeta docenti, già incapace di riaffermare la dignità del suo ruolo, già in via di rassegnazione sugli effetti dei mala tempora.
Personalmente sono fra quelli che, nonostante l’amarezza, ha accettato almeno il principio di contribuire a sostenere un sistema minacciato da una crisi profonda: mi ero fatto, obtorto collo, una ragione di rimanere in servizio per uno-due anni, quantomeno per dar precedenza a chi, esodato, stava molto peggio di noi: nel naufragio bisogna pur salvare subito chi è in acqua senza salvagente; noi su zattera (forata) potevamo aspettarli; ed ero contento di proseguire ancora il buon rapporto coi ragazzi, in fondo, di dar loro ancora qualcosa di buono, a loro che di colpe politiche non ne hanno e che dovranno in ogni caso molto pagare le pregresse colpe.
Al quinto anno di quel che è diventata una costrizione e una beffa, dopo le parole finalmente chiare del Sig. Bobba e del Sig. Poletti, la misura è colma: brucerò innanzitutto la mia tessera sindacale (di 30 anni) e mi chiamerò fuori dal sistema “Buona Scuola”! Quindi, pur potendomene andare con permesso della legge 104 (se non sarò costretto a farlo) scelgo, ripeto scelgo, di dare il mio meglio residuo ai ragazzi in classe e nel contempo, mi sento in diritto di disinteressarmi di tutto il resto. Non accetterò, per rispetto dei colleghi, che l’assolutamente minimo indispensabile degli obblighi collegiali. Finito quest’anno scolastico, andrò per le forche caudine dell’APE, con grande pietà per tutti quelli che, a seguire, non avranno più neanche questa onerosa finestra.

Dopo 42 anni di servizio, è con grande amarezza che continuerò il mio pur stupendo lavoro: tutti noi Q96 affermiamo di essere traditi dallo Stato e di vivere una slealtà protratta e ingiustificabile, ma con la coscienza, attenzione, che la violazione dei nostri diritti ha già aperto la strada alla violazione, a catena, dei diritti elementari di tutto il comparto scuola e, dietro di esso, dell’impiego pubblico. La nostra sconfitta è la sconfitta del leale rapporto lavoro, quello su cui fonda il primo articolo della nostra Costituzione.

14 maggio 2016

Graffiti, maggio 2016: PARTECIPASSIONE!


Traforo del Mortirolo: il dibattito continua...


Pubblichiamo qui l'intervento integrale di Lodovico Scolari.
Intervengo nel dibattito sollevato sul tema dei trafori sul numero di marzo di questo giornale, per ricostruire un po' la storia delle speranze che in Valle Camonica si sono per anni cullate sulla realizzazioni di  trafori a nord della Valle, che avrebbero potuto o dovuto collegare la Valle Camonica con l'Europa o anche solo con altri territori confinanti.
Traforo Mortirolo-Stelvio
E' alla fine degli anni '50 che nasce la  proposta e il progetto del percorso autostradale Milano-Ulm, che attraverso i trafori del Mortirolo e dello Stelvio avrebbe dovuto collegare il capoluogo lombardo con la città del Baden-Württemberg, in Germania. Fu costituita una società di scopo, della quale fu presidente per lunghi anni Gioan Minelli, storico sindaco di Monno.
Il progetto non fece mai seri passi in avanti, stante la costante e ferma opposizione della Val Venosta all'attraversamento del proprio territorio.
Agli inizi del 1992 (ministro dei lavori Pubblici Giovanni Prandini e assessore ai lavori pubblici in Comunità Montana Simone Maggiori), in un convegno tenutosi presso la sala del BIM a Breno, si prese atto della impossibilità e oramai della inattualità di portare avanti il progetto.
E' a questo punto e qui che fu lanciata la proposta del traforo ferroviario del Mortirolo per collegare la Valle Camonica alla Valtellina. Lo stesso ministero incaricò l'Ing. Pietro Lunardi(che sarà futuro ministro ai LL.PP nei governi Berlusconi) di redigere un progetto di fattibilità, che verrà presentato nei mesi successivi e che considerava tre ipotetici tracciati; mi limito a richiamare quello con la percorrenza più breve e di minor costo: Edolo-Tovo-Tirano, la cui stima di costi era di 800 miliardi di Lire. Il progetto nelle sue avveneristiche prospettive, prevedeva un binario a scartamento normale (come attualmente lo sono quelli della ferrovia Brescia-Edolo e della Tirano-Milano), con l'inserimento di un terzo binario in modo da consentire l'instradamento anche di treni a scartamento ridotto; l'ipotesi era appunto quella di collegarsi in futuro alla ferrovia Trento-Malè, che è a scartamento ridotto, al fine prefigurare un grande percorso turistico delle alpi retiche occidentali con al centro la Valle Camonica, che da Trento arrivasse a S.Moritz e fino al lago di Como.
Ma il traforo ferroviario del Mortirolo avrebbe dovuto assolvere ad una funzione ben più importante  che il mettere in comunicazione le due vallate; la sua funzione ferroviaria avrebbe dovuto essere  principalmente quella di connettersi al traforo ferroviario dello Spluga, che la Regione Lombardia spingeva da 15 anni perchè fosse realizzato.
Il Traforo ferroviario dello Spluga
La realizzazione di questo nuovo traforo ferroviario, Valchiavenna-Coira, innestato sulla linea Milano-Tirano, avrebbe  dovuto collegare la Lombardia direttamente con il centro Europa fino alla Danimarca, con lo scopo di intercettare la domanda di nuovo traffico merci generato dai paesi europei attraversati, stimata per l'anno 2000 in 20 milioni di tonnellate/anno di nuovo traffico. Il disegno strategico della Lombardia e dell'Italia, era quello di far sì che questo nuovo traffico merci generato dai paesi del centro-nord Europa e diretto verso il medio oriente, transitasse per l'Italia, andando così ad assegnare al nostro paese  un importante ruolo di cerniera tra il bacino del mediterraneo e l'Europa stessa.
Questa enorme quantità di nuovo traffico merci non poteva però essere riversata interamente sul nodo di Milano smistamento già abbastanza intasato.
E' qui che entra in campo il traforo ferroviario del Mortirolo; parte del traffico che sarebbe transitato dal traforo dello Spluga, avrebbe risalito la Valtellina e attraverso il traforo del Mortirolo e la linea Edolo-Brescia (elettrificata e con relativa risagomatura delle gallerie) immesso sulle linea Brescia-Cremona per il traffico diretto al porto di La Spezia e sulla linea Brescia-Piadena-Parma per il traffico diretto ai porti del sud Taranto e Brindisi, utilizzando il corridoio plurimodale adriatico.
A ulteriore conferma dell'importanza che il traforo ferroviario del Mortirolo avrebbe potuto assumere, era stata approvata alla fine del 1990 la legge regionale n.102 (detta legge Valtellina), che prevedeva un collegamento ferroviario della Valtellina con Bellinzona in Svizzera, attraverso la realizzazione di un traforo detto del Mesolcina; ciò avrebbe messo in comunicazione la linea Tirano-Milano (all'altezza della Valchiavenna) con la ferrovia del Gottardo, consentendo a quest'ultima di scaricare sulla ferrovia valtellinese, e conseguentemente sul Mortirolo, parte del traffico merci diretto al nodo di Chiasso e quindi a Milano smistamento.
Questi progetti di trafori e sistema delle comunicazioni, hanno trovato ospitalità nei piani dei trasporti e di sviluppo della Regione Lombardia  fino all'inizio di questo millennio
Tutto è venuto meno allorchè il governo italiano ha deciso che confermare solamente la realizzazione dei trafori di base del Gottardo e del Brennero, escludendo ogni possibilità di realizzazione di nuovi collegamenti ferroviari o stradali con il centro Europa. Il traforo di base del Gottardo  è pressochè ultimato perchè costruito e pagato interamente dagli svizzeri; Il traforo di base del Brennero, a carico dell'Italia, non so quando e se lo vedremo mai. Figuriamoci tutto il resto...

19 marzo 2016

Cantone antistorico, decida un Referendum

Il testo integrale del contributo inviato da Vincenzo Raco alla redazione di Graffiti

L’aggravarsi della crisi economica e la progressiva riduzione delle risorse disponibili per gli Enti locali, hanno messo a nudo la debolezza del modello istituzionale in cui anche molti di noi avevano creduto.
Il decentramento del potere con la costituzione delle Regioni, la nascita delle Comunità Montane come occasione per superare le debolezze della montagna, realizzando e gestendo i servizi pubblici per conto dei comuni, i Comprensori, mai veramente decollati per la resistenza delle Province, la riforma degli Enti Locali con l’elezione diretta del Sindaco e da ultimo la riforma dell’Ente Provincia diventato una specie di Associazione dei Comuni. Tutte queste riforme sono state fatte con la convinzione di allargare la partecipazione democratica dei cittadini e migliorare la gestione della “Cosa pubblica”.
Devo purtroppo riconoscere che queste riforme sono state in buona misura disattese, si è creato un nuovo centralismo regionale, i Sindaci dovendo rispondere in prima persona ai propri elettori, sono in perenne lotta per il pareggio di bilancio del proprio comune, subordinando ad esso ogni altro interesse sovra comunale, i BIM e le Comunità Montane diventate assemblee di Sindaci, sono state progressivamente trasformate da cabine di regia per lo sviluppo ad erogatori di contributi. Che fare? Bisognerebbe avere il coraggio di rivedere quello che non funziona e adeguare di conseguenza i diversi livelli istituzionali esistenti, ad esempio i sovra canoni dell’energia elettrica potrebbero essere erogati direttamente ai comuni di montagna e il ruolo delle Comunità Montane rivisto alla luce del nuovo ruolo dell’Ente Provincia, diventato Ente di secondo livello, trovando un sistema di elezione capace di rappresentare tutti i sindaci nella loro “Governance”.
In sostanza, la politica dovrebbe ritrovare la capacità di superare gli interessi elettorali e badare al “Bene comune” cercando di governare i processi di cambiamento in atto.
 Ma purtroppo, come sempre, di fronte alla complessità del presente, è più facile la scorciatoia dei nuovi modelli istituzionali, come quello proposto dal Governatore Maroni.
A questo proposito mi ha colpito l’intervento di Giancarlo Maculotti, non tanto per la sua condivisione del progetto di “Cantone” proposto da Maroni, niente di nuovo, sono anni che egli è fautore della “Montanità”, ma per le ragioni che la motivano“ esclusivamente politiche ed economiche”. per cui è più conveniente per la Valle Camonica aggregarsi con la Valtellina invece che mantenere le attuali condizioni.
Non condivido questa posizione per molte ragioni, innanzitutto perché per una ipotetica possibilità di avere più soldi si è disposti ad accettare l’ennesimo esperimento di “Ingegneria Istituzionale” senza alcuna considerazione per i cittadini della  Valle Camonica che da sempre gravitano su Brescia, per lo studio, per il lavoro, per il Tribunale, la Camera di Commercio, gli Ospedali e molti altri servizi.
Come si può continuare a legiferare senza tenere in alcun conto i bisogni materiali delle persone e di quanto storicamente si è andato definendo per soddisfarli? Su questioni cosi rilevanti si faccia un Referendum!
Ma le affermazioni di Giancarlo sono preoccupanti anche per un altro motivo, esse denunciano un atteggiamento di sfiducia nella possibilità che i cittadini della Valle Camonica siano in grado di darsi strumenti democratici di autogoverno.
Di fronte alle difficoltà a governare i processi di cambiamento in atto, alla crisi dei partiti e della politica, alla litigiosità dei sindaci incapaci di trovare un progetto condiviso,  ci si arrende e invece di analizzare le cause e trovare i rimedi, ci si affida al nuovo modello istituzionale come elemento salvifico per la montagna.
Ma quello che mi è incomprensibile e inaccettabile è che si è iniziato a prefigurare il “Cantone” partendo dalla Sanità, infatti l’ATS della Montagna che ha aggregato la Valle Camonica alla Valtellina e all’Alto Lario, non avrebbe alcun senso se non fosse funzionale al nuovo assetto istituzionale previsto da Maroni.
Purtroppo anche in questo caso è emersa la debolezza della Valle Camonica, il cui governo si regge su una maggioranza risicata di Sindaci per la maggior parte espressione di liste civiche, l’unico partito che orgogliosamente afferma la sua identità è la Lega Nord, minoranza in Valle Camonica ma egemone in Regione Lombardia, dove evidentemente insieme agli altri partiti di centro-destra ha approvato la riforma Sanitaria e l’ATS della Montagna .
Nessuna mobilitazione da parte del PD, nessuna seria contrarietà da parte delle Organizzazioni Sindacali, nessun pronunciamento da parte delle molte Associazioni che meritoriamente svolgono la loro attività in Valle Camonica, forse non si è capita l’importanza della posta in gioco, oppure ognuno è ripiegato sul proprio particolare senza alcuna capacità di vedere oltre il proprio Comune.
Infatti, è singolare che sul “Tempio Crematorio” sia finita anticipatamente l’Amministrazione di Esine e quella di Berzo Inferiore ha visto respingere la proposta dalla reazione negativa dei cittadini e cosi per ogni intervento di un certo rilievo che si intende realizzare nei Comuni, mentre sulle scelte compiute dalla Regione Lombardia e che riguardano il futuro dell’intera Valle Camonica, nessuna reazione popolare se non la manifestazione con marcia da Breno ad Esine organizzata dalla Comunità Montana.
A cosa serve la retorica “dell’identità camuna” quando tutto viene piegato alle logiche della maggioranza che governa la Regione Lombardia?
In questa vicenda sono emersi anche i limiti del “Civismo” che magari riesce a garantire maggioranze risicate in Comunità Montana e al BIM, ma è del tutto impotente nel costruire momenti di partecipazione e mobilitazione popolare sui temi di interesse generale, come ha dimostrato la manifestazione a favore dell’autonomia della Sanità camuna, quale differenza con la mobilitazione popolare del passato!
Non credo che in futuro ci sarà un peggioramento della sanità camuna, ci sarà l’ASST e resterà quanto di buono si è fatto fino ad ora, professionalità e competenze di buon livello, ma il problema è che si spostano a Sondrio i centri decisionali e come sempre, più si allontana il potere dai cittadini meno essi possono incidere sulle scelte che vengono compiute e meno sono evidenti le responsabilità.
Ritengo inoltre che questa scelta pregiudichi l’unità della Valle Camonica, perché in prospettiva accentuerà le distanze tra l’alta valle a cui la Valtellina è più accessibile e il resto della valle che da sempre oltre ad essere la più popolosa gravita su Brescia.
La Valle Camonica aveva tutte le condizioni per mantenere la sua autonomia, non è stato possibile per le cause che ho detto, debolezza della politica, frammentazione degli enti locali e mancanza di una mobilitazione popolare.
La soluzione che avrei auspicato, venuta meno l’autonomia, era di rispettare i confini provinciali aggregandosi a Brescia, certo questo non avrebbe favorito la nascita del “Cantone”.

Ospedale di Edolo: niente elemosine, abbiamo diritti!

Il testo integrale del contributo inviato da Arturo Minelli alla redazione di Graffiti

Desidero intervenire a proposito dei problemi della sanità camuna e, in particolare, dell’ospedale di Edolo. Penso di poterlo fare nella mia veste di ex Presidente della Commissione sanità della Regione ed ex Presidente dell'USSL n. 37 di Vallecamonica. Faccio queste osservazioni a titolo personale e ne assumo la piena responsabilità. A seguito dell’onorificenza riservatami dal Comune di Edolo, ho il dovere di ricambiare con una proposta che esplicito di seguito e che spero venga seriamente valutata. Invito i partiti politici, i sindacati i Sindaci e tutti quelli che hanno a cuore il problema della sanità in valle, a farsi parte attiva in merito ai problemi dell’ospedale di Edolo, che, voglio ricordare, non è autonomo, ma sussidiario dell’Ospedale di Esine.

MA PERCHÈ QUESTA SCELTA?
Facemmo questa scelta e insieme abolimmo la sezione di neonatologia ormai insostenibile per mancanza di personale e l’insediamento della sezione di ortopedia, con il parere favorevole del prof. Straneo, allora direttore sanitario dell'USSL 37. Queste scelte importanti, anche se in malafede molti le hanno criticate, di fatto consolidarono l’ospedale di Edolo e ne evitarono, al tempo, la chiusura ed il ridimensionamento.  Nel convegno Cisl in Aprica, sindacato al quale sono iscritto da più di 50 anni, sul tema della riforma Maroni, ho pienamente condiviso la linea esposta. Anche il Governo ha assentito la legge, se pure in via sperimentale, e questo è assai rilevante. Ora, nominati i vertici occorre agire con decisione e con urgenza.

E L’OSPEDALE DI EDOLO?
Si pongono nel merito decisioni urgenti e chiare che mettano fine alle problematiche esistenti da anni. Anzitutto il problema del pronto soccorso che dico subito non si può sopprimere, pena la chiusura dell'ospedale. Il ragionamento io do l’elicottero a te e sopprimo il pronto soccorso è inaccettabile. Siamo sinceri: non possiamo avere il pronto soccorso di Esine o quello degli Spedali civili: non siamo così ottusi da non saperlo. Ma un pronto soccorso di primo intervento e successiva decisione sul paziente, aperto 24 ore su 24, deve assolutamente esserci. Ricordo per inciso che dal Tonale a Esine vi sono circa 70 km. Restino anche medicina, che va verso la lungodegenza, la piccola chirurgia, l’ortopedia e la riabilitazione ed i servizi ambulatoriali esistenti.  Devo da qui ringraziare i molti medici che sono passati da qui e quelli in servizio oggi, per la preparazione professionale ed il loro servizio alla popolazione, che è stato ed è molto apprezzato. Così è per i molti turisti italiani e di altri Paesi, che spesso ringraziano per le prestazioni. Certo non è facile gestire come medici un ospedale di frontiera, che però nasconde anche tante gratificazioni professionali.

SI DICE CHE L’OSPEDALE DI EDOLO COSTA TROPPO E QUINDI OCCORRE TAGLIARE
Rispondo polemicamente con un piccolo ragionamento. Puntando il compasso su Brescia, nel giro di pochi km si trovano ospedali con specialità qualificate: quei cittadini possono adire alle cure, avendo anche possibilità di scelta tra vari ospedali. E a noi vorrebbero togliere un ospedale di frontiera. Sappiamo che saremo sempre svantaggiati ma almeno il minimo lasciatecelo e non confinateci in una riserva. Se quel che dico significa chiedere o volere troppo, allora lasciamo chiudere l’Ospedale di Edolo. E ci si rassegni, diventerà una casa di riposo un po’ più dotata e di fatto si fonderà con l’adiacente casa Giamboni, dalla quale è emanato peraltro l’ospedale.

IN CONCLUSIONE ?
Non c'è modo migliore per chiudere questo dibattito che citare la nostra Costituzione, scritta a quattro mani dai più prestigiosi giuristi e uomini di cultura del tempo, non da avventurieri. Ne é uscita una Carta fondamentale dei diritti e dei doveri dei cittadini, tra le più belle del mondo, a dispetto di coloro che oggi (e ieri) vorrebbero di fatto materialmente buttarla nel cestino e dar luogo ad una società che non si sa come sarebbe governata. Ebbene, ecco l’art. 32 della Costituzione: Rapporti etico sociali. «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Agli indigenti: i ricchi si possono curare dove ritengono, male classi meno abbienti hanno il diritto di essere curate nel miglior modo dalle strutture sanitarie pubbliche, le uniche accessibili per loro.
Ecco, e concludo. Questa citazione potrebbe apparire a prima vista retorica, e qualcuno vorrà ripeterlo, ma invece ben si attaglia, come imperativo richiamo al Parlamento, al Governo, alla Regione e a tutte le realtà sociali e istituzionali. Noi non andiamo a ricercare favori, siamo un popolo di montanari fieri, avvezzi ad ogni sfida, pronti ad ogni evenienza. Non andiamo a cercare elemosine. Abbiamo però diritto, dico diritto, e lo eserciterò con grande rigore, di essere trattati, nella sanità e in altri settori fondamentali della vita sociale, come ogni altro cittadino, come ben dice l'art. citato. Penso sia utile attestarsi su questa linea, attendendo le scelte che la nuova legge sanitaria della Regione Lombardia impone. Per quanto mi riguarda continuerò la mia battaglia, spesso solitaria, per l'ospedale di Edolo che resti un presidio per acuti , a beneficio soprattutto della popolazione dell'Alta Vallecamonica. Negli anni non è la prima. Vorrei però fosse l'ultima.

Graffiti marzo 2016: C'ERA UNA VOLTA...