30 gennaio 2017

Come sta e dove va la politica italiana?

Pubblichiamo la versione integrale dell'intervista realizzata da Andrea Bonadei all'on. Marina Berlinghieri, già ampiamente riportata sul numero di Graffiti di gennaio 2017.

Sotto Natale, in un bar della “sua” Pisogne, l’Onorevole M. Berlinghieri sorseggia un the caldo e, con un sorriso amaro, appena apro il notes, mi propone di titolare l’intervista: “Siamo in un bel casino!”…
Su L’Espresso di qualche mese fa campeggiava la copertina “il grande disordine”: dentro un puzzle di immagini e simboli che evocano la schizofrenia del potere, globale. Siamo immersi in questo?
C’è un disordine politico sistemico. Oggi, a nessuna latitudine troviamo più appigli. Del resto, chi fa politica seriamente lo sa: governare richiede un pensiero complesso, da coltivare ed agire, mettendo all’angolo le semplificazioni. Non reggono più gli schemi elementari del passato: buoni contro i cattivi, i conservatori che si alternano ai riformatori. Chi fa politica in quest'epoca non può che interrogarsi per comprendere con quali tempi e strumenti si formano le opinioni pubbliche, quando ogni fatto viene messo in discussione come relativo, potenzialmente falsato. C’è bisogno di verità, nell’informazione. Si dice: “soltanto chi si guarda molto intorno è capace di guardare avanti”. Ecco il grande tema: nell’epoca della post-verità, come si tiene salda la democrazia? Un dubbio che dovrebbe lasciare insonni non solo i politici, ma anche i giornalisti, il cui ruolo è tutto da ripensare.
Bene, ripartiamo dalle basi. Un commento sul nuovo Esecutivo Gentiloni. Cosa dobbiamo aspettarci?
E’ la soluzione temporanea ed in parte prevedibile alle dimissioni di Renzi. il PD è l’unico grande partito disponibile a reggere il governo del Paese, ma cosciente della responsabilità di convolare in fretta a nuove elezioni, giusto il tempo che le Camere approvino una nuova Legge Elettorale. Le trattative sono aperte. Il traguardo è giugno, questo Governo esaurirà il suo mandato in primavera. Deve gestire il contingente.
Il bisogno di una Legge Elettorale, dicevamo. Sembra una delle poche certezze dell’agenda politica nostrana, finalizzata a rinnovare la composizione delle Camere in modo coerente. Quali posizioni avanzano in Parlamento?
Nel buio delle previsioni, il faro è l’unità del Paese. Ne è il miglior interprete il Presidente Mattarella, che ci chiede con insistenza una legge elettorale uniforme tra Camera e Senato ed impeccabile nel rispetto Costituzionale. Il Mattarellum cerca di tenere insieme rappresentatività e chiarezza delle posizioni. Ma, stante l’attuale scenario “tripolare”, cosa ne uscirà è tutto da valutare. Si rischiano scarsa amalgama di candidati nelle liste e grosse differenze territoriali nell’esito. Il traguardo verosimile è una maggioranza instabile. Oggi, l’unica certezza è che è tutto aperto! A Roma la situazione è fumosa: si sono detti favorevoli al Mattarellum PD e Lega. Contraria Forza Italia: Berlusconi preferisce il proporzionale per contare e non essere fagocitato dalla leadership di Salvini, perché in questo momento F.I. è debole. Il M5S? E’ semplicemente per il NO, a tutto. Non vogliono assumersi la responsabilità di governare, il proporzionale fa loro comodo perché assicura un posto ingombrante all’opposizione, ma zero grattacapi. Hanno una visione fiabesca della democrazia.
Al di là dell’effetto distributivo di seggi, la scelta del tipo di legge elettorale esprime la visione sul rapporto tra elettori ed eletti, tra rappresentazione del popolo e decisioni per il suo benessere.
Infatti, il dibattito non si limita alle formule aritmetiche, dice dell’idea contemporanea di democrazia, nonché di partito. Il PD fonda la propria identità sulla “vocazione maggioritaria”: il tentativo di rappresentare tutte le classi sociali e di governare in modo stabile, con un consenso ampio, al prezzo dell’alternanza. Schema diffuso nei grandi Paesi dell’occidente. Il programma ed il Primo Ministro siano chiari a priori. Ma il risultato del Referendum sta facendo vacillare in alcuni questa convinzione. Dovesse prevalere un ritorno al proporzionale, alle coalizioni da formare in Aula dopo il voto, l’attuale scenario elettorale condannerebbe il Paese ad una fase di instabilità e annacquamento delle posizioni politiche. Prolungherebbe la crisi di credibilità delle istituzioni. Alcuni modelli, tipo “l’uomo solo al comando” o “il partito liquido” sono consumati, complice quella politica che denigra sé stessa. Nel lavoro quotidiano, in Commissione ed in Aula, misuro la carenza di confronto costruttivo tra le forze politiche. Prevale il gusto della contrapposizione, la vanità per la dichiarazione aggressiva di fronte alla telecamera. Ad ogni livello, dobbiamo recuperare l’attitudine a dialogare e ricucire, non solo verso i nostri avversari, ma anche all’interno dei partiti e delle organizzazioni sociali. La definirei una riscoperta dello “spirito del proporzionale”.

Vale anche in fatto di democrazia interna al PD? Il Segretario Renzi ha imparato qualche lezione dall’esito referendario?
Non ne sono sicura. La sconfitta è ancora calda. Renzi deve allenarsi ad ascoltare e prendersi cura dei temi conflittuali all’interno del partito, che è anche specchio della grande frammentazione sociale. Gli manca un po’ di “cultura della comunità” e di fiducia negli altri. A mio parere, dobbiamo mantenere un’aspirazione maggioritaria, ma recuperare all’interno quell’apertura al dialogo tipica del proporzionale; fratture e problemi non vanno negati, ma gestiti con un confronto intelligente. Urge aprirsi all’altro, come disse Martin Buber “Io divento io, dicendo tu”.

Poi ragioniamo anche di Unione Europea, del rischio schiacciamento tra USA e Russia, dei traffici illeciti di armi, sostanze e persone. Marina vede un mondo con interdipendenze troppo forti, in cui convivere col paradosso delle irrazionali spinte nazionaliste. Alla fine, parliamo di Vallecamonica: “in mezzo a queste sfide economiche e sociali, deve coltivare una propria visione condivisa e d’insieme, orientata a costruire, a lasciarsi contaminare da esperienze ed energie che arrivano da fuori. A testimonianza di quanto di buono nasce da noi, sto collaborando alla realizzazione di un evento in Cina legato all’attività di Slow Food, una sorta di “Pechino Terra Madre”: i primi percorsi pilota vengono da aziende agricole camune”.
Ora – la provoco – leggo che avete un po’ di giorni di ferie.
“Guarda, lavoriamo molto, a riflettori spenti. Ho imparato tanto in poco tempo. Studio di notte volumi su temi ultraspecialisti, perché ne affrontiamo la discussione l’indomani in Commissione. Spesso farei cambio con la mia vita di prima: vedo poco i miei figli, non so da quanto non vado a teatro, a un concerto o non leggo un libro disimpegnato. E poi mi manca stare in classe coi ragazzi, raccoglierne gli stimoli”.
Il cuore da insegnante si sente. Chiude citando Hegel: “esiste un’economia della storia, per cui le cose vanno avanti”.

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