31 gennaio 2017

Mario Bezzi: il PD investa sulla montagna. Formigoni? Lo rivoterei.

Pubblichiamo qui la versione integrale dell'intervista di Mario Bezzi, realizzata da Ivan Faiferri lo scorso 30 dicembre 2016, e già anticipata ampiamente sul numero di Graffiti di gennaio 2017.
Ecco la sintesi di una chiacchierata con il portavoce camuno del PD: ruolo del centrosinistra, prospettive per la valle e politica per la montagna dopo la sconfitta del referendum.

Perché, secondo te, la Valle Camonica ha bocciato la riforma costituzionale?

E’ stato un voto politico: la gente ha votato sulla base della simpatia politica e, come è noto, la Valle non è propriamente una roccaforte del centrosinistra! Da questo punto di vista, anzi, si conferma il recupero rispetto alle forze di destra che registriamo a partire dal 2013.

Poteva fare qualcosa di più il PD della valle, per promuovere questa riforma?

Si può sempre fare di più, anche se sono  molto soddisfatto di quanto i vari portavoce di circolo del partito e gli esponenti locali hanno fatto per il referendum.
Il dato più positivo (..direi l’unico..), oltre alla partecipazione nel suo complesso, è l’organizzazione di occasioni di dibattito che io non ricordo per nessun altro tipo di iniziativa. Ogni circolo ha contribuito con iniziative e incontri, come zona abbiamo coordinato ed aggiunto iniziative sulle emittenti locali. Nella pochezza di mezzi di cui disponiamo, questo è un risultato notevole. Dopodiché occorre fare una riflessione, poiché la sensazione è che spesso queste iniziative raggiungono soltanto gli addetti ai lavori e le persone che un’idea ce l’hanno già formata. Registro invece la fatica di andare ad orientare la partecipazione di coloro che non seguono la politica e il dibattito di attualità, che sono la maggioranza.

Alcuni personaggi del PD nazionale hanno scritto che, dopo il referendum, il PD parte dal 40%: pensi che sia una lettura corretta?

Bisognerebbe fare un’analisi. Con il referendum ci siamo riscoperti un popolo che considera poco autorevoli i politici e disprezza i partiti, ma è però tifoso della propria appartenenza.
A partire da questo dato, il 40% è un buon risultato: è sbagliato dire che siano i voti di Renzi, ma possiamo affermare che è certamente una percentuale certa di Italiani che non è stata ostile a Renzi e al suo progetto politico. Da questo punto di vista il risultato è un punto di partenza. Dire che oggi il PD abbia quella percentuale, invece, mi pare azzardato.

Il referendum come influisce nei rapporti tra la maggioranza e le minoranze all’interno del partito? C’è qualcosa da ripensare rispetto al rapporto con le minoranze?

Io ho partecipato alla assemblea nazionale del PD, e mi è parso che la residua minoranza del partito sia molto in difficoltà, tanto più dopo che una parte cospicua di essa (ad esempio Cuperlo) aveva accettato la mediazione della modifica dell’Italicum per superare il temuto pericolo democratico derivante dall’infausto “combinato disposto”. Ecco, mi pare che lì vi sia stato lo spartiacque tra chi era in buona fede nei propri propositi (seppur su posizioni diverse dalla maggioranza…), e chi invece ha solo combattuto una battaglia di potere nei confronti del segretario confinata tra i palazzi Romani

E questa parte di elettorato, al di là dei leader dissidenti come Bersani o Speranza, è recuperabile oppure no?

La mia percezione è che loro grande elettorato non ne abbiano, ma si tratti solo di una divisione a livello di potere romano. Il misero 25% del PD guidato da Bersani ottenuto alle elezioni del 2013 indica infatti che una parte di sinistra, molto critica nei confronti del partito, già allora aveva votato altro, ad esempio i Cinque Stelle. Credo che oggi con umiltà e determinazione, e forse con un poco di autocritica,  dobbiamo occuparci di come recuperare quella parte di elettori più che rincorrere lotte di potere finalizzate unicamente alla conservazione di posizioni personali.

Qual è il futuro istituzionale della Provincia di Brescia e della Valcamonica all'indomani della bocciatura della Riforma Costituzionale Renzi-Boschi?

Purtroppo con la bocciatura della Riforma abbiamo perso la possibilità di avere la nostra Area vasta, e da questo punto di vista non ho più risposte, ma mi è rimasta una domanda: che ne sarà di noi?  Negli ultimi 50 anni abbiamo visto il Trentino prosperare e noi diventare sempre più marginali. Ora anche la Valtellina ha avviato una politica simile a quella del Trentino (con il riconoscimento dello status di provincia montana e la possibilità di gestire a livello provinciale sempre maggiori risorse) e il nostro destino quale sarà: passare i prossimi 50 anni a lamentarci perché anche la Valtellina avrà molte più opportunità di noi?
Credo che su questa consapevolezza sia urgente aprire un grande periodo di riflessione in Valle Camonica, sapendo che potremo trovare risposte efficaci nel tempo solo elaborando una chiara strategia comune, trasversale alle varie forze politiche e sociali della valle, da portare avanti con determinazione e tutti insieme.

Qual è lo stato di salute del PD di Valle Camonica? Quanti iscritti conta?

Pur rimanendo il partito più organizzato, viviamo una fase di difficoltà nel  rapporto tesserati/popolazione, che rimane molto basso. Grazie all’azione dei nostri amministratori, tuttavia, il PD si è messo al centro della scena politica Camuna: la scelta di rinunciare ad una appartenenza partitica negli enti comprensoriali in nome di una aggregazione civica ha consentito al PD di guidare i processi di rinnovamento delle nostre amministrazioni, e credo anche di ampliare il bacino elettorale vicino a noi.

Ma non credi che sia necessaria un’azione di ampliamento del numero dei tesserati?

Sicuramente più tesserati avremo, meglio sarà, ma il punto oggi è un altro: come riusciamo ad avvicinare ai temi della politica, locale, nazionale, europea, il maggior numero di persone, di associazioni, di volontariato,  e aggiungo, di giovani? Mi pare che il tesseramento non sia per questo lo strumento ideale: dobbiamo pensare ad alternative meno rigide e vincolanti. Il modello da trovare, anche se mi rendo che non è facile, è simile a quello messo in atto con gli amministratori: allargare la partecipazione cercando di coinvolgere coloro che sono portatori di idee e proposte coerenti con i nostri ideali ed i nostri valori, anche se meno inclini a legare la propria immagine ad un simbolo di partito.

Un’inchiesta di Graffiti degli scorsi mesi ha rilevato che il meetup camuno del M5S conta un centinaio di iscritti. Il PD su che numeri si colloca invece?

Abbiamo qualche centinaio di tessere, 400-600 per darti un’idea dell’ordine di grandezza.

Quali sono, secondo te, le priorità della sinistra nei confronti della Valle Camonica e della montagna?

Un recente studio della Scuola di Alta Formazione di Trento “La montagna perduta”, descrive con cifre e dati impietosi il crescente divario tra montagna e pianura, e l’ancor più sbalorditivo divario tra montagna “a statuto speciale” e montagna di serie B, come la nostra, eppure cinquant’anni fa la situazione era sostanzialmente simile tra le due aree.
Si sono riempie migliaia di pagine ad indagare le ragioni del vero divario tra  Nord e Sud dell’Italia, ma del divario tra noi e la Pianura, che è ancor maggiore, nessuno parla, perché siamo troppo pochi.
Sulla necessità di porre questo tema, sento che proprio sul  PD grava la responsabilità maggiore.
Da tempo ormai la Lega per evidenti convenienze elettorali si occupa solo di rom e di extracomunitari, se non ci occupiamo noi della nostra gente, dei giovani che sono costretti ad andarsene, chi se ne occupa?
Eppure qualcuno dovrà spiegargli un giorno che è difficile fare sbarchi in Valle Camonica… e che il nostro problema non è difendere lo status quo da irrealistiche invasioni, ma costruire le condizioni per rimanere.

Pensi che sia la legge elettorale migliore per la valle e per i territori di montagna?

Il mio auspicio è quello di una legge che consenta governabilità, possibilità di scelta del candidato e alternanza, anche se tutto ciò ora è molto difficile per ragioni sia politiche che tecniche.
Oggi siamo costretti a mantenere il sistema disegnato dalla costituzione attuale, che costringe ad avere premi di maggioranza diversi alla camera (assegnato su base nazionale) e al senato (con premi a livello regionale): questo rischia di condannare il sistema alle grandi coalizioni, ossia all’inciucio permanente.
Temo che la palude romana farà ristagnare tutto, ma naturalmente ‘attendiamo con fiducia’: per mesi i sostenitori del no hanno detto che avrebbero fatto in poche settimane una nuova legge elettorale ed in sei mesi una nuova riforma elettorale, siamo ansiosi di vederle entrambe.

Le elezioni politiche si avvicinano. Ti piacerebbe essere il candidato del PD nel collegio della Valle Camonica?

Prima di tutto auspico che la Valle possa avere una propria rappresentanza, legata al territorio e determinata nel portare avanti gli interessi dei Camuni. Sul chi sarà il rappresentante, mi piacerebbe poi che la Valle potesse avere voce per decidere.

Ma tu saresti disponibile?

(Bezzi sorride) Sarebbe come chiedere a un bambino che ama giocare a calcio, se gli piacerebbe giocare in Serie A! Dopo di che sono da sempre convinto che i ruoli in politica si rivestono per le speranze che si suscitano negli altri piuttosto che per le ambizioni proprie. L’urgenza oggi è quella di lavorare su un progetto comune e molto concreto per il nostro territorio, mettendo attorno al tavolo il maggior numero di amici possibile. Dico con molta serenità che nella mia esperienza Pubblica mi è capitato di fare talvolta il leader e talvolta il gregario, ed ho imparato che la gratificazione che ricevi non è commisurata al prestigio del ruolo, ma alla passione che metti.

E' delle scorse settimane la notizia della condanna in primo grado per corruzione a carico dell'ex Presidente Formigoni. A distanza di 6 anni, nessun pentimento per il sostegno dato al Celeste nella sua ultima corsa alle Regionali?

Chiariamo un fatto: si trattava di una elezione senza storia, dove lo stato maggiore del PD non aveva saputo far di meglio che spartirsi le poltrone in minoranza rinunciando ad ogni velleità di vittoria (c’erano un solo candidato ex DS ed uno solo ex Margherita in tutta la Provincia di Brescia, per essere sicuri di essere eletti). In quell’occasione io votai la lista del PD, ma ritenni di fare un gesto di riconoscenza nei confronti di un Presidente che aveva consentito a Ponte di Legno, il mio paese, la realizzazione di un progetto atteso da più di 60 anni, il collegamento in funivia con il Tonale. Lui aveva rispettato gli impegni presi in campagna elettorale, malgrado la mia appartenenza partitica opposta e le pressioni di ampie parti del centrodestra dalignese e Camuno, restii a sostenere i progetti di un’amministrazione per loro “nemica”.  Solo per questo ho ritenuto di riconoscere con il mio gesto la lealtà istituzionale mostrata allora,  le vicende giudiziarie di oggi non mi riguardano.

30 gennaio 2017

Come sta e dove va la politica italiana?

Pubblichiamo la versione integrale dell'intervista realizzata da Andrea Bonadei all'on. Marina Berlinghieri, già ampiamente riportata sul numero di Graffiti di gennaio 2017.

Sotto Natale, in un bar della “sua” Pisogne, l’Onorevole M. Berlinghieri sorseggia un the caldo e, con un sorriso amaro, appena apro il notes, mi propone di titolare l’intervista: “Siamo in un bel casino!”…
Su L’Espresso di qualche mese fa campeggiava la copertina “il grande disordine”: dentro un puzzle di immagini e simboli che evocano la schizofrenia del potere, globale. Siamo immersi in questo?
C’è un disordine politico sistemico. Oggi, a nessuna latitudine troviamo più appigli. Del resto, chi fa politica seriamente lo sa: governare richiede un pensiero complesso, da coltivare ed agire, mettendo all’angolo le semplificazioni. Non reggono più gli schemi elementari del passato: buoni contro i cattivi, i conservatori che si alternano ai riformatori. Chi fa politica in quest'epoca non può che interrogarsi per comprendere con quali tempi e strumenti si formano le opinioni pubbliche, quando ogni fatto viene messo in discussione come relativo, potenzialmente falsato. C’è bisogno di verità, nell’informazione. Si dice: “soltanto chi si guarda molto intorno è capace di guardare avanti”. Ecco il grande tema: nell’epoca della post-verità, come si tiene salda la democrazia? Un dubbio che dovrebbe lasciare insonni non solo i politici, ma anche i giornalisti, il cui ruolo è tutto da ripensare.
Bene, ripartiamo dalle basi. Un commento sul nuovo Esecutivo Gentiloni. Cosa dobbiamo aspettarci?
E’ la soluzione temporanea ed in parte prevedibile alle dimissioni di Renzi. il PD è l’unico grande partito disponibile a reggere il governo del Paese, ma cosciente della responsabilità di convolare in fretta a nuove elezioni, giusto il tempo che le Camere approvino una nuova Legge Elettorale. Le trattative sono aperte. Il traguardo è giugno, questo Governo esaurirà il suo mandato in primavera. Deve gestire il contingente.
Il bisogno di una Legge Elettorale, dicevamo. Sembra una delle poche certezze dell’agenda politica nostrana, finalizzata a rinnovare la composizione delle Camere in modo coerente. Quali posizioni avanzano in Parlamento?
Nel buio delle previsioni, il faro è l’unità del Paese. Ne è il miglior interprete il Presidente Mattarella, che ci chiede con insistenza una legge elettorale uniforme tra Camera e Senato ed impeccabile nel rispetto Costituzionale. Il Mattarellum cerca di tenere insieme rappresentatività e chiarezza delle posizioni. Ma, stante l’attuale scenario “tripolare”, cosa ne uscirà è tutto da valutare. Si rischiano scarsa amalgama di candidati nelle liste e grosse differenze territoriali nell’esito. Il traguardo verosimile è una maggioranza instabile. Oggi, l’unica certezza è che è tutto aperto! A Roma la situazione è fumosa: si sono detti favorevoli al Mattarellum PD e Lega. Contraria Forza Italia: Berlusconi preferisce il proporzionale per contare e non essere fagocitato dalla leadership di Salvini, perché in questo momento F.I. è debole. Il M5S? E’ semplicemente per il NO, a tutto. Non vogliono assumersi la responsabilità di governare, il proporzionale fa loro comodo perché assicura un posto ingombrante all’opposizione, ma zero grattacapi. Hanno una visione fiabesca della democrazia.
Al di là dell’effetto distributivo di seggi, la scelta del tipo di legge elettorale esprime la visione sul rapporto tra elettori ed eletti, tra rappresentazione del popolo e decisioni per il suo benessere.
Infatti, il dibattito non si limita alle formule aritmetiche, dice dell’idea contemporanea di democrazia, nonché di partito. Il PD fonda la propria identità sulla “vocazione maggioritaria”: il tentativo di rappresentare tutte le classi sociali e di governare in modo stabile, con un consenso ampio, al prezzo dell’alternanza. Schema diffuso nei grandi Paesi dell’occidente. Il programma ed il Primo Ministro siano chiari a priori. Ma il risultato del Referendum sta facendo vacillare in alcuni questa convinzione. Dovesse prevalere un ritorno al proporzionale, alle coalizioni da formare in Aula dopo il voto, l’attuale scenario elettorale condannerebbe il Paese ad una fase di instabilità e annacquamento delle posizioni politiche. Prolungherebbe la crisi di credibilità delle istituzioni. Alcuni modelli, tipo “l’uomo solo al comando” o “il partito liquido” sono consumati, complice quella politica che denigra sé stessa. Nel lavoro quotidiano, in Commissione ed in Aula, misuro la carenza di confronto costruttivo tra le forze politiche. Prevale il gusto della contrapposizione, la vanità per la dichiarazione aggressiva di fronte alla telecamera. Ad ogni livello, dobbiamo recuperare l’attitudine a dialogare e ricucire, non solo verso i nostri avversari, ma anche all’interno dei partiti e delle organizzazioni sociali. La definirei una riscoperta dello “spirito del proporzionale”.

Vale anche in fatto di democrazia interna al PD? Il Segretario Renzi ha imparato qualche lezione dall’esito referendario?
Non ne sono sicura. La sconfitta è ancora calda. Renzi deve allenarsi ad ascoltare e prendersi cura dei temi conflittuali all’interno del partito, che è anche specchio della grande frammentazione sociale. Gli manca un po’ di “cultura della comunità” e di fiducia negli altri. A mio parere, dobbiamo mantenere un’aspirazione maggioritaria, ma recuperare all’interno quell’apertura al dialogo tipica del proporzionale; fratture e problemi non vanno negati, ma gestiti con un confronto intelligente. Urge aprirsi all’altro, come disse Martin Buber “Io divento io, dicendo tu”.

Poi ragioniamo anche di Unione Europea, del rischio schiacciamento tra USA e Russia, dei traffici illeciti di armi, sostanze e persone. Marina vede un mondo con interdipendenze troppo forti, in cui convivere col paradosso delle irrazionali spinte nazionaliste. Alla fine, parliamo di Vallecamonica: “in mezzo a queste sfide economiche e sociali, deve coltivare una propria visione condivisa e d’insieme, orientata a costruire, a lasciarsi contaminare da esperienze ed energie che arrivano da fuori. A testimonianza di quanto di buono nasce da noi, sto collaborando alla realizzazione di un evento in Cina legato all’attività di Slow Food, una sorta di “Pechino Terra Madre”: i primi percorsi pilota vengono da aziende agricole camune”.
Ora – la provoco – leggo che avete un po’ di giorni di ferie.
“Guarda, lavoriamo molto, a riflettori spenti. Ho imparato tanto in poco tempo. Studio di notte volumi su temi ultraspecialisti, perché ne affrontiamo la discussione l’indomani in Commissione. Spesso farei cambio con la mia vita di prima: vedo poco i miei figli, non so da quanto non vado a teatro, a un concerto o non leggo un libro disimpegnato. E poi mi manca stare in classe coi ragazzi, raccoglierne gli stimoli”.
Il cuore da insegnante si sente. Chiude citando Hegel: “esiste un’economia della storia, per cui le cose vanno avanti”.